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LA STORIA DI CARLO CODEVILLA, LA ‘SPIA ITALIANA DI STALIN’

 
Di Roberto Lodigiani
Sembra ispirata alla trama di un romanzo di Le Carrè, e invece è la vita – vera – di Carlo Codevilla, lo ‘007 italiano di Stalin’. Uno studente piemontese divenne punta di diamante dei Servizi segreti sovietici e generale dell’Armata Rossa durante il secondo conflitto mondiale, sino alla morte misteriosa, avvenuta nel 1949 a New York, forse per mano degli stessi russi a cui aveva voltato le spalle per scegliere il mondo occidentale. Amico personale di Lenin e Trotsky, stretto collaboratore di Antonio Gramsci nell’esilio viennese, primo alto esponente dell’Internazionale comunista in Spagna alla vigilia della guerra civile, Codevilla riparò in Urss nel 1921 per sfuggire alla condanna all’ergastolo che gli era stata inflitta per essere stato implicato nell’assassinio di due militanti fascisti a Castelnuovo Scrivia, paese al confine fra la provincia di Alessandria e quella di Pavia.
Nacque così la storia del ‘Moro’, il tenebroso 007 italiano del Comintern, amato dalle donne e apprezzato dai suoi capi. Tutto, in quei primi anni nella patria del socialismo, pareva sorridergli, mentre il regime leninista studiava le tattiche per scatenare l’ondata rivoluzionaria nel resto d’Europa. I corsi da politruk, l’agente-commissario politico, a Leningrado. Poi le delicate missioni all’estero. Germania, Francia, l’Austria al fianco di Antonio Gramsci, forse anche l’Italia sfidando le ire e la vana caccia della Polizia mussoliniana.
Fra le imprese più rilevanti della sua carriera della ‘spia rossa’, spicca il rapimento di Miller, generale zarista che era riparato a Parigi dopo l’avvento al potere dei bolscevichi. Una missione che gli valse il conferimento dell’ordine di Lenin, la più alta onorificenza sovietica.
Il gruppo dei ‘Figli di Nessuno’ e lo scontro con i fascisti
Carlo Codevilla nasce a Tortona, la patria del campionissimo Fausto Coppi, il 20 maggio 1900, da Francesco e Regina Brigada, una donna originaria di Stradella (città di Agostino Depretis, lo statista inventore del ‘trasformismo’ parlamentare, e delle fisarmoniche). Il padre, artigiano, muore quando Carlo e il fratello Pallade (che si suiciderà nel 1927) sono ancora bambini; la madre si arrangia a fare l’ambulante al mercato. Il piccolo Carlo ha una lesione congenita alla gamba destra che gli procura una zoppia permanente, ma questo difetto fisico non gli impedisce di proporsi come un trascinatore fra i coetanei. Studente universitario a Pavia, aderisce al partito socialista ed è conquistato dalle posizioni più estremistiche. Al manifestarsi delle prime violenze fasciste, tra la fine del 1920 e l’inizio del ‘21, crea con altri compagni di studi il gruppo dei ‘Figli di Nessuno’, una sorta di Arditi del popolo in versione tortonese.
La condanna all’ergastolo e la fuga all’estero
Codevilla e i suoi amici si spostano su uno sgangherato camioncino ed è su questo mezzo che, il 15 maggio 1921, giorno delle elezioni politiche, arrivano a Castelnuovo Scrivia. La tensione in paese è altissima e ha già provocato una vittima, Giovanni Arona, ucciso a revolverate pochi giorni prima. Lo scontro fra il gruppuscolo comunista di Codevilla e le camicie nere è inevitabile. Nasce un conflitto a fuoco, nel quale cadono due simpatizzanti del fascio locale, Giuseppe Torti, 22 anni, e Raimondo Suigo, 24. Del duplice omicidio vengono accusati, oltre a Codevilla, altri tre ‘Figli di Nessuno’: Felice Roffredo, Giuseppe Lombardi e Guglielmo Pagani. Un anno più tardi, la Corte d’Assise del tribunale di Alessandria li condanna all’ergastolo. Ma, al momento della sentenza, Carlo e i suoi compagni sono già al sicuro all’estero. Codevilla, dopo i fatti di Castelnuovo, ha raggiunto Torino per sottrarsi alla cattura. Da lì, con l’aiuto di due ferrovieri comunisti, è espatriato clandestinamente, raggiungendo Vienna, Berlino e infine Leningrado, città-simbolo del neonato regime bolscevico.
Agente sovietico, amico di Lenin e Trotsky 
Dall’antica capitale degli zar, Codevilla si sposta presto a Mosca, roccaforte del nuovo potere rosso. Qui conosce Lenin e Trotsky, il teorico della rivoluzione permanente, di cui è grande ammiratore. Gramsci lo vuole con sé a Vienna, dove sta preparando il congresso del Pcd’I, poi spostato a Lione. Ma i dirigenti bolscevichi, colpiti dalla sua ferrea determinazione, dalla cieca fede comunista, lo richiamano presto nel paese dei soviet, decisi a trasformarlo in un agente dei servizi segreti e del Comintern, l’Internazionale rossa. L’ex studente tortonese frequenta una scuola speciale di spionaggio dell’Nkvd, il Kgb dell’epoca, impara sei lingue, apprende i ‘segreti’ del mestiere di spia. Nel 1925 torna per la prima volta, clandestinamente, in Italia dopo la fuga precipitosa di quattro anni prima. Rivede lo zio Luigi, un vecchio socialista trasferitosi ad Acqui, e mamma Regina.
La missione in Spagna
Carlo è ormai pronto per incarichi delicati. Nel 1935, mentre già si profila lo scontro fra repubblica e franchisti, viene mandato in Spagna. Il suo compito è quello di ricompattare le forze di sinistra sotto le insegne del Comintern, isolando gli anarchici e i trozkisti del Poum. La guerra civile scoppia nel 1936: Codevilla rischia di essere catturato a Salamanca dai falangisti e nel ’37, quando si profila la vittoria del caudillo e delle destre, spalleggiate da Mussolini e Hitler, viene richiamato in Urss.
Tra la fine degli anni Venti e l’inizio dei Trenta, si decide anche lo scontro di potere all’interno del partito bolscevico, scatenato dalla morte di Lenin, con un solo vincitore, il georgiano Josif Stalin, che comincia a costruire la sua dittatura, immersa nel sangue dei vecchi compagni e nel terrore poliziesco. La rivoluzione divorava i suoi figli. I grandi processi di Mosca che travolgevano, uno dopo l’altro, gli eroi dei suoi anni giovanili, gli arresti indiscriminati che facevano sparire nel nulla migliaia di innocenti, il meccanismo inesorabile della repressione del dissenso che stritolava anche i suoi antichi compagni della lotta antifascista acuirono la sua crisi di coscienza ed esistenziale, come ebbe a testimoniare l’amico Simonelli incontrato a Parigi, anche se il ‘Moro’ non mosse un dito per salvare i vecchi amici tortonesi, travolti dalle purghe staliniane, o almeno per intercedere per essi, come pure, forse, avrebbe potuto fare, nella sua posizione di alto ufficiale dei servizi segreti e dell’Armata Rossa.
Nome in codice ‘Carlos’. Il caso Miller
Uno degli episodi più oscuri della carriera di Codevilla (nomi in codice ‘Carlos’ e ‘Pablo’). Miller è un generale zarista che dirige a Parigi un’associazione di nostalgici della monarchia. L’Nkvd decide di rapirlo. Affida la missione a due ufficiali, uno dei quali, che si spaccia per il colonnello tedesco Weber o Werner, addetto militare dell’ambasciata nazista, è con ogni probabilità lo stesso agente tortonese. Miller muore nelle fasi concitate del rapimento, ma Mosca apprezza comunque il lavoro di Carlos, decorato con l’Ordine di Lenin.
Dal Piemonte alle rive del Don
Giugno 1941. Hitler straccia il patto di non aggressione Ribbentrop-Molotov e dà il via all’operazione Barbarossa: l’invasione dell’Unione Sovietica. Il Cremlino, dopo l’iniziale smarrimento e le batoste che portano la Russia sull’orlo del disastro, mobilita tutte le energie contro l’aggressore. Codevilla è nominato generale dell’Armata Rossa e diventa commissario politico (i commissari sono i garanti del partito comunista all’interno delle forze armate). È in questo scenario che avviene l’incontro fra il generale Codevilla e alcuni soldati tortonesi, fatti prigionieri dai sovietici a Gorlovka, sul fronte del Don, nel settembre del 1941. Uno di essi è Guido Carca: la vicenda è rievocata nel libro di Osvaldo Mussio, Tra lo Scrivia e il Po – Uomini ed episodi della Resistenza. Codevilla, commosso, fa liberare i suoi ex concittadini dietro la promessa di consegnare un biglietto di saluti all’anziana madre.
Il ‘Moro’ nella bufera del Grande Terrore. Fuga in Occidente
L’uomo con le spalline da generale e il monocolo era profondamente diverso dal ragazzo idealista di vent’anni prima: era diventato un’abile spia, scaltro abbastanza da passare indenne attraverso la bufera del Grande Terrore. Si scorge sempre la sua ombra sullo sfondo, quando i servizi segreti russi raggiungono buoni risultati, a Parigi come a Città del Messico. Ma non c’era più la spinta dell’ideale a sorreggerlo, sparita la ‘vocazione’ degli esordi, consumata a poco a poco nel duro confronto con la realtà quotidiana. E non appena gli capitò l’occasione, offertagli su un piatto d’argento dai suoi stessi superiori, il ‘Moro’ non esitò a coglierla al volo per spiccare il grande balzo verso Occidente. Il distacco dal passato era ormai completo. Adesso, era pronto a contrattare il prezzo del suo tradimento. Sono gli anni della fortuna, dei soldi facili, degli incontri con le eleganti e sofisticate dame newyorchesi, così diverse dalle scombinate e improbabili ragazze della rivoluzione. Ma il ‘Moro’ non si fa illusioni. Sa che presto o tardi si farà avanti un’altra spia senza scrupoli a regolare i conti con lui. E così accade.
La fine misteriosa. Esce di scena con un dono
‘Carlos Codevilla – All for the Automobile’. Questa scritta si poteva leggere sull’appartamento 813 di un grattacielo di Wall Street, a New York. Smessi i panni della spia, Codevilla a guerra finita aveva indossato quelli del venditore. Una copertura per proseguire l’attività spionistica negli States, sempre al servizio di Mosca, oppure il segno di una reale svolta nella sua vita e del taglio netto con il suo passato di fedele servitore del regime sovietico? Forse non lo sapremo mai, anche se si ipotizza di suoi contatti con ambienti socialdemocratici di Tortona, che lui avrebbe sondato per preparare il passaggio di campo con l’Occidente e il futuro ritorno in Italia. Sta di fatto che Codevilla non rimise più piede nella ‘Patria del socialismo’, la sua terra adottiva. Un giorno d’inverno del ’49, uscendo dall’ufficio, fu pugnalato alla schiena da due sconosciuti, forse emissari che volevano punirlo per il suo tradimento. Codevilla riuscì a cavarsela, ma l’aggressione peggiorò le sue già precarie condizioni fisiche. Il 17 agosto 1950, alle nove del mattino, la morte dopo una lunga agonia. L’ultimo suo gesto fu un gesto di generosità: Codevilla, ormai senza parenti prossimi, dopo il decesso del fratello e della madre, lasciò tutti i suoi averi – circa venti milioni di lire dell’epoca – all’orfanotrofio di Tortona. L’uomo esce di scena con stile, donando almeno parte di ciò che ha guadagnato.
L’autore
Roberto Lodigiani è nato a Broni (Pavia) il 7 maggio 1962. Laureato in Lettere moderne all’Università di Pavia con una tesi di Storia contemporanea, è giornalista professionista. Lavora come vicecaposervizio del settore Province al quotidiano «La Provincia pavese». La spia di Stalin. La vera storia di Carlo Codevilla, è il titolo del suo libro, pubblicato da Ugo Mursia Editore, biografia dello studente tortonese diventato agente dei servizi segreti sovietici tra gli anni Venti e Trenta dell’inquieto Novecento.

FONTE: https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/storie-di-spie/carlo-codevilla-la-spia-di-stalin.html

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IDEOLOGIA E OCCULTISMO: TRA TOTALITARISMO COMUNISTA E NAZISTA

Di Giovanni Piglialarmi & Roberto Rota

Adolf Hitler, nel momento in cui decide di lanciare la propaganda nazionalsocialista nel 1933, rovescia le carte sul tavolo: riunisce alla sua “corte” mentori austriaci, suoi insegnanti delle materie occulte, per iniziare ad “intrecciare” una tela fatta di coincidenze, volontà superiori di razze “superiori” che volevano l’unità del popolo tedesco sotto la sua svastica. Questa idea fu mostrata al popolo tedesco, avvolto nel misticismo delle parate naziste, organizzate appositamente per colpire e manipolare la mente di ogni singolo tedesco.

 

Albert Speer era l’ideatore di queste parate; la coreografia delle luci e il gioco delle ombre aveva tutto un significato: la piazza buia veniva illuminata da una grande torcia non appena Hitler pronunciava la prima parola al megafono. I lunghi teli rossi raffiguranti la svastica avevano il compito di rappresentare “le colonne del tempio della purezza”.

 

L’Architetto Speer, protagonista indiscusso delle follie di Hitler, è stato accusato dalla storiografia per aver minimizzato nel suo diario, Memorie del Terzo Reich, il suo ruolo nella Germania Nazista. Sicuramente ebbe un ruolo importante nel “disegnare” e rendere reale la componente esoterica del Nazismo. Tutto, naturalmente concordato con Hitler, che liberamente attribuiva al suo partito e alla sua scalata al potere “una longa manus”.

 

Escludere, però, aprioristicamente anche il Comunismo da questa componente esoterica, in nome della bandiera del “materialismo”, sarebbe un errore imperdonabile. Perché? Il socialismo scientifico preannunciato da Marx ed Engels, per distinguersi dal socialismo “primitivo” o propriamente detto utopistico – che partiva da un’idea semplice di giustizia sociale – secondo le parole dello stesso Marx , era supportato da una teoria che trovava il suo fondamento nell’ analisi e nella comprensione scientifica delle leggi della storia e della società, su cui poi sviluppare un modello di società non più utopico, ma “reale”.

 

Innanzitutto Marx offre una critica della società capitalista “totale” rispetto a quella parziale operata da Owen, critica resa possibile dall’ottima conoscenza che egli aveva del rapporto fondamentale sul quale si basava la società dell’epoca: il rapporto economico. Un secondo elemento fondante del socialismo scientifico fu proprio la pretesa di pensare una società in continua evoluzione, non “bloccata” da limiti finiti e precisi.

 

Era solo possibile, dunque, tracciare un’idea di società nelle macrolinee. Il famoso “cantiere aperto” di Marx, quindi, era proprio la società. Eppure, nel 1848, il Comunismo appare al mondo come uno “spettro”. Uno spettro che si aggirava per l’Europa con la pretesa di manifestarsi come ideale nascente della rivoluzione, ma ancor più contraddittorio, aveva la pretesa di “annichilire le superstizione che ancora vessavano il popolo”, come scrive Francesco Dimitri in Comunismo Magico.

 

La grande attesa della Rivoluzione Comunista, in qualche modo, viene presentata come spettro in quanto avrebbe dovuto avere la funzione di tormentare le potenze di tutta Europa, preparando il terreno ad una rivoluzione che avrebbe dovuto mettere sottosopra un continente. Questa natura spettrale dell’ideologia comunista trova il suo eco in un contesto settecentesco dell’Europa tutto “magico”.

 

Il secolo XVIII per l’Europa rappresenta un punto di crisi: l’interesse calato verso la religione porta diverse fette della popolazione, anche le classi meno abbienti dal punto di vista economico e culturale, ad avvicinarsi alla pratica dell’occulto. E diversi manuali, che illustravano le pratiche dell’occulto, circolavano liberamente (in gergo popolare, i cosiddetti “grimori”); erano gli stessi testi che nel Medioevo erano considerati pericolosi e quindi fonti di stregoneria.

 

Ora che c’entra la tradizione della magia popolare col socialismo scientifico? La presenza dello Spettro – o del Comunismo – in Europa, si materializzò nel 1917, quando la Rivoluzione Russa scosse il continente. L’assalto al palazzo d’Inverno rappresenta lo storico episodio che vede protagonista il partito bolscevico, demolitore della politica Zarista che aveva “feudalizzato” la Russia, non permettendo quella fase di progresso che aveva travolto tutta l’Europa nella metà dell’800.

 

Ma c’è un episodio, molto più nascosto, che nel 1916 già scosse la casa dello Zar Nicola II: la morte di Grigorij Efimovic Rasputin, contadino originario della Siberia, mago, santone, guaritore, consigliere dello Zar. Cosa c’entra questo personaggio con la figura del rivoluzionario per eccellenza, il Sign. Lenin?

 

Ancora una volta è Francesco Dimitri, nella già citata opera, a dare una risposta: “Kerenskij ha affermato che senza Rasputin non ci sarebbe stato Lenin. Senza il taumaturgo non ci sarebbe stato il materialista […] poiché l’uno e l’altro erano figli della Russia del loro tempo, una Russia percorsa da fermenti rivoluzionari, correnti esoteriche e soprattutto dalla onnipresente sensazione che ci fosse un qualche tipo di apocalisse alle porte. Che tale apocalisse fosse sacra, laica, o sacra e laica insieme, poco importava: la cosa importante è che essa avrebbe travolto per sempre lo status quo su cui si reggeva l’Impero”.

 

L’avvento della rivoluzione, in Russia, trascina con sé il sogno di una “nuova libertà”, inebriante agli occhi del popolo e appetibile agli occhi degli intellettuali espatriati. Appena il sistema zarista andò in crisi, molti antroposofi e teosofi (rappresentanti delle rispettive correnti della antroposofia, scienza che studia un percorso filosofico-spirituale al di là della religione – trova il suo fondatore in Rudolf Steiner, pedagogista e filosofo austriaco – e della teosofia, scienza delle dottrine mistico-filosofiche) tornarono in patria per essere i protagonisti della costruzione del mondo nuovo. Ma la rivoluzione d’Ottobre si mostrò come l’inizio e la fine, allo stesso tempo, di questo sogno.

 

I bolscevichi, che lottavano per la repressione del misticismo, bloccarono la stampa di un giornale intitolato “Vestnik Teosofii”. Successivamente, Lenin soppresse, con legge, tutte le attività pubbliche dei gruppi mistico-religiosi. Ma la repressione vera e propria iniziò dopo il 1920. I gruppi religiosi subirono le peggiori angherie: confisca dei beni, interruzione delle riunioni, chiusura delle sedi. Tutto il contesto spinse tali gruppi alla clandestinità e all’esposizione al rischio di essere scoperti e uccisi.

 

I rappresentanti dei vari movimenti, però, non interpretavano la reazione violenta del partito bolscevico con pessimismo; anzi, sostenevano che il dominio bolscevico era una punizione che la Russia meritava, ma un giorno l’equilibrio sarebbe stato trovato. I teosofi, addirittura, interpretavano la falce ed il martello come simbolo dell’arte del fabbro, il fuoco che avrebbe purificato, attraverso cui sarebbe stata forgiata la Nuova Russia.

 

Dopo la morte di Lenin, Stalin iniziò le sue massicce persecuzioni, minacciando l’esilio in Siberia e in casi non poco isolati, la morte. Ma l’influenza dei gruppi religiosi continuò a tal punto da penetrare anche nei circoli bolscevichi. E proprio in questa penetrazione della teosofia nel materialismo bolscevico che si può, oggi, intravedere la vera essenza della critica marxista alla religione.

 

La differenza che si può intercettare tra il Marxismo e la religione sta nel fatto che la seconda tende a concentrarsi sull’Universo e gli eventi del cosmo in relazione con Dio, ponendo il limite dell’uomo; ciò che risulta infinito e inconoscibile, non accessibile, è delega di Dio. Marx, invece, sostenitore delle leggi immutabili della Storia e attento studioso delle vicende umane, proponeva la sua “sintesi” come sistema dove inserire ogni componente dell’esperienza umana, permettendo all’uomo di trovare in se stesso le qualità di un dio.

 

La deificazione dell’Umanità, quindi, non era la grazia o la morte, ma la conoscenza. Non c’era altra autorità se non quella della ragione, per il marxismo. Sia il marxismo che la religione, quindi, hanno avuto la pretesa di una costruzione “divina”al di là dell’uomo. Ma l’uno partiva dal materialismo, l’altra dal Cosmo, considerando l’uomo semplice componente del sistema e non protagonista. Dopo questa riflessione, c’è un’osservazione da fare: anche il materialista per eccellenza, che affida tutta la storia dell’umanità alle leggi immutabili della società, rintraccia una componente divina in esse. Ma perché Marx si differenzia dal pensiero religioso?

 

La risposta potrebbe essere una soltanto: il filosofo di Treviri crede che, nel conoscere le leggi immutabili, l’uomo possa “licenziare” ad nutum il bisogno interiore di un essere superiore poiché già può dominare, se non prevedere, tutto ciò che gli si muove intorno. Spesso viene imputato a Marx il fatto di aver concluso la sua critica alla religione, come un prodotto della mente umana e strumentum regnii per chi governa.

 

La dottrina cattolica ha mosso critica in quanto, secondo le scritture di San Paolo, il popolo prega Dio non per accordarsi con i capi, ma prega sperando che essi governino in modo giusto. Ora, il punto di snodo, secondo Marx, sussite in questo passaggio: non bisogna affidarsi alla preghiera per individuare la giustizia; non solo l’animo esercita giustizia. Ma anche le leggi immutabili della storia. Scriveva il giovane Karl Marx, ancora studente:
“Kant e Fichte vagavano fra nuvole
lassù cercando un paese lontano.
Io cerco d’afferrare con destrezza
solo quanto ho trovato sulla strada”

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Francesco Dimitri. Comunismo magico: leggende, miti e visioni ultraterrene del socialismo reale, Roma, Castelvecchi, 2004.
Albert Speer. Memorie del Terzo Reich. Milano, A. Mondadori, 1995.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.instoria.it/home/ideologia_occultismo.htm

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I MISTERI DEI GRATTACIELI DI STALIN

Di Alyona Rakitina

Già durante la sua vita la persona di Iosif Stalin era circondata da mistero e paura. Correvano voci che fosse molto superstizioso. Ricorreva ai servizi di chiaroveggenti, sensitivi ed astrologi. Si dice che proprio il suo astrologo personale gli avrebbe consigliato dove eriggere i sette famosi grattacieli di Mosca chiamati “Sette sorelle” o “alti edifici di Stalin”.

Per capire il perché della tanta importanza attribuita da Stalin al tempo e al posto di costruzione di questi edifici leggendari “La Voce della Russia” si è rivolta all’astrologo e mistico Vladislav Obolonskij:

Come molte altre persone investite di potere assoluto, Stalin aspirava alla immortalità ed aveva una terribile paura della morte. Riteneva che mediante le foto potesse essere colpito da un maleficio, per cui evitava possibilmente di farsi fotografare. Prima di prendere decisioni importanti verificava la sua carta astrologica personale.

Il luogo e la data di inizio della costruzione della sua opera prediletta, ossia degli otto grattacieli (l’ottavo edificio, il Palazzo dei Soviet, che non si riuscì a costruire, doveva essere sito al posto della Cattedrale di Cristo Salvatore) furono scelti dal suo astrologo personale. Queste costruzioni, che erano una specie diziqqurat a forma di piramidi troncate, dovevano contribuire alla creazione sopra Mosca di un fortissimo campo energetico.

La costruzione di tutti questi edifici fu avviata il 7 settembre 1947 precisamente alle 13:00. Vladislav Obolonskij è convinto che non si potesse scegliere un tempo miglire per l’inizio della erezione di queste piramidi moderne:

Si trattava del momento di opposizione di Marte e Jove con Proserpina culminante nel segno della Bilancia che si trovava al vertice del triangolo chiuso formato con Mercurio e il Sole sulla carta astrologica, cioè quando avviene un colossale sprigionamento di energia. Questo periodo è molto adatto per l’avvio di progetti di grande respiro. L’astrologo di Stalin lo sapeva benissimo. Non bisogna neanche dimenticare che Stalin non aveva molto tempo a disposizione. Si rendeva conto che se non avesse approfittato di tale periodo temporale propizio, un’oltra occasione simile non si sarebbe più presentata per alcuni anni. Pertanto proprio il 7 settembre 1947 furono posate le prime pietre del fondamento di questi edifici, sebbene i loro progetti non fossero stati ancora ultimati.

Furono costruiti in tutto sette “alti edifici di Stalin”:

1. Edificio principale dell’Università statale di Mosca situato sulla Collina dei passeri (è favorito zodiacalmente e territorialmente dal pianeta Mercurio che risponde dell’intelligenza e delle conoscenze).

2. Edificio residenziale in Kotelničeskaja naberežnaja (sul lungofiume Kotelničeskaja). È legato a Venere, pianeta che patrocina le arti. Non è quindi un caso che vi avessero ricevuto appartamenti persone di professioni artistiche come la grande ballerina Galina Ulanova, il poeta Evghenij Evtušenko, l’attrice Faina Ranevskaja, il cantante Vladimir Atlantov. Anche se bisogna far notare che vi abitavano, prevalentemente nella vecchia parte dell’edificio costruita negli anni 1938-1940, anche molte famiglie dei comandanti dell’NKVD. Ciò si spiega con il fatto che astrologicamente e geologicamente il primo corpo era protetto da Marte (intelligence, arte militare).

3. Hotel Ucraina. Protetto da Nettuno (viaggi, ospitalità).

4. Edificio del Ministero degli Affari Esteri, costruito nel segno di Gove, che risponde della diplomazia e dell’amministrazione.

5. Edificio residenziale in Piazza Kudrinskaja. Vi ricevevano appartamenti prevalentemente funzionari dell’industria aeronautica, piloti collaudatori e la nomenklatura del CC del PCUS. Dal punto di vista astrologico l’edificio si trova sotto la protezone del pianeta Urano (responsabilità e puntualità).

6. Edificio amministrativo-residenziale in Krasnye vorota. Questo edifizio è legato a Saturno che risponde degli istinti umani, passioni e psiche. È emblematico che vi abbiano avuto luogo numerose vicende tragiche.

7. L’hotel Leningradskaja (attualmente appartienme alla catena degli Hotel Hilton e si chiama Hilton Moscow Leningradskaya). È l’ultimo edificio delle magnifiche Sette Sorelle staliniane. Si trova sotto la protezione della Terra.

Vladisalav Obolonskij fa ricordare che tutto il progetto doveva essere coronato dal Palazzo dei Soviet, concepito come il centro della serie dei grattacieli. Doveva essere nel segno del Sole:

Il Palazzo dei Soviet era ideato come l’ultimo tocco al geniale progetto delle sette “piramidi”. Doveva avviare tutto il meccanismo del gruppo energetico di otto grattacieli (la cifra di otto è il segno dell’infinità e dell’immortalità tanto agognata da Stalin). Tutta l’energia doveva arrivare al Palazzo dei Soviet dove, come si diceva, Stalin voleva costruirsi un sepolcro simile a quello dei faraoni egiziani che aspiravano ad una vita eterna. Dietro ordine di Stalin fu fatta saltare la Cattedrale di Cristo Salvatore e vi fu scovata una immensa fossa per il fondamento del futuro edificio. Ma i piani di Stalin non si avverarono.

Il tiranno morì senza essere riuscito a realizzare il proprio intento occulto. Al posto del Palazzo dei Soviet fu costruita un’enorme piscina e poi nella nuova Russia vi è stata ricostruita la Cattedrale di Cristo Salvatore. Ma le leggende dei sette grattacieli di Mosca continuano a vivere. Le coincidenze astrologiche e mitiche legate a queste costruzioni sono infatti troppo numerose per poter essere ignorate.

FONTE:http://it.sputniknews.com/italian.ruvr.ru/2013_12_06/I-misteri-dei-grattacieli-di-Stalin/

VISTO ANCHE SU http://www.pianetablunews.it/?p=12934

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IL TESTAMENTO POLITICO DI LENIN

Di Enrico Galavotti

Le note che Lenin dettò tra la fine del 1922 e l’inizio del 1923, un anno prima di morire, sono conosciute sotto il nome di “Lettera al congresso” (del partito bolscevico-russo). La famiglia di Lenin e i suoi più intimi collaboratori diedero ad esse il nome di “Testamento”. Come noto, ancora oggi l’interpretazione di questo documento da parte della storiografia sovietica e occidentale è piuttosto controversa. Avvolto da ogni sorta di miti e di leggende, esso venne rivelato solo al XX Congresso del Pcus, da Krusciov, e pubblicato integralmente nel 1956. Questa è la breve cronistoria della formazione di tale documento: ad essa faranno seguito alcune riflessioni di merito.

Agli inizi del 1921 cominciarono ad apparire i primi sintomi dell’arteriosclerosi di Lenin, che i medici attribuivano all’eccessivo lavoro e alle conseguenze dell’attentato della socialista-rivoluzionaria Fanni Kaplan, di cui era stato vittima nell’agosto 1918. Verso la fine dell’anno egli era già gravemente debilitato e costretto a lasciare l’attività pubblica per molte settimane. Nell’aprile 1922 gli venne estratta una delle due pallottole con cui era stato colpito dalla Kaplan. Il 25 maggio la mano e la gamba destre si erano paralizzate ed aveva difficoltà a parlare. Cedendo malvolentieri alle sollecitazioni dei medici, si era trasferito a Gorki. Nel giugno il suo stato di salute era migliorato, sicché all’inizio di ottobre poté tornare a Mosca per riprendere il lavoro. Ma il 13 dicembre fu colpito da nuovi attacchi cerebrali.

Decide finalmente di curarsi. Nei tre giorni seguenti, pur immobilizzato nel letto, ha diverse conversazioni telefoniche, riceve i suoi più stretti collaboratori, prepara l’intervento per il X congresso dei soviet, scrive diverse lettere e alcune note relative al monopolio del commercio estero, alla distribuzione dei compiti fra i sostituti del presidente del consiglio dei commissari del popolo, del consiglio del lavoro e della difesa, chiede d’indagare sul modo come s’effettuava lo stoccaggio della raccolta del grano nel 1922, s’informa di ciò che viene fatto in materia di sicurezza sociale, del censimento della popolazione e di altre questioni.

Sulla questione del commercio estero, Lenin, che pur aveva contribuito alla nomina di Stalin alla carica di segretario generale del partito, si scontra duramente, in quanto Stalin patrocinava le tesi di Bucharin, Sokolnikov, Frumkin e altri relative alla attenuazione se non abolizione del regime di monopolio. Trotski invece parteggiava per Lenin.

Nella notte dal 15 al 16 dicembre il suo stato di salute s’aggrava seriamente. Il mattino del 16 Lenin detta una lettera alla moglie, Nadejda Krupskaia. I medici gli propongono di trasferirsi di nuovo a Gorki, ma lui decide di restare a Mosca. Chiede a Nadejda di far sapere a Stalin che la malattia gli impediva d’intervenire al X congresso.

Il 18 dicembre si riunisce il plenum del C.C. Viene deciso di comunicare a Lenin, con l’assenso dei medici, il testo delle risoluzioni adottate al plenum. Per decisione speciale dello stesso, Stalin viene investito della responsabilità personale relativa al controllo della terapia prescritta dai medici. A partire da questo momento le visite gli vengono vietate. Alle persone che assistono: la moglie, la sorella, alcune segretarie e il personale medico, viene proibito di trasmettergli qualsiasi lettera o di informarlo dei correnti affari di Stato, al fine -questa la giustificazione – di “non preoccuparlo”.

Il 21 dicembre Lenin detta a Nadejda una lettera indirizzata a Trotski, in cui si dichiara soddisfatto della decisione del plenum circa la conferma dell’intangibilità del monopolio del commercio estero e suggerisce che venga posta al congresso del partito la questione del consolidamento di tale commercio e delle misure da prendere per migliorarne l’efficienza.

Avendo saputo di questa lettera, Stalin, al telefono, rimprovera duramente Nadejda d’aver trasgredito l’ordine di riposo assoluto impartito dai medici. Nadejda reagisce inviando il 23 dicembre una lettera a Kamenev, allora vice-presidente del consiglio dei ministri: “Stalin s’è permesso ieri un attacco assai rozzo nei miei riguardi, sotto il pretesto che avevo autorizzato Ilich a dettarmi una breve lettera – ciò che io ho fatto col consenso dei medici. Non è da oggi che sono membra del partito, ma in 30 anni non avevo mai sentito nulla di simile. Gli interessi del partito e dello stesso Ilich mi stanno a cuore tanto quanto a Stalin. So bene ciò di cui si può o non si può parlare con Ilich, poiché so che cosa lo preoccupa, lo so meglio di qualunque medico, in tutti i casi meglio di Stalin… Non sono di marmo e i miei nervi sono al limite”.

La Krupskaia non disse niente a Lenin dell’incidente, per cui è da escludere ch’essa l’abbia influenzato nel ritratto che di Stalin egli fece in una nota del 4 gennaio 1923. Solo il 5 marzo egli viene a conoscenza dell’incidente, per il quale dettò subito una lettera indirizzata a Stalin: “Compagno Stalin, voi avete avuto l’impudenza di chiamare mia moglie al telefono per insultarla. Benché essa vi abbia promesso di dimenticare l’incidente, il fatto tuttavia, per mezzo di lei, è venuto a conoscenza di Zinoviev e Kamenev. Io non ho intenzione di dimenticare così facilmente ciò che è stato fatto contro di me: va da sé infatti che quanto viene fatto contro mia moglie è come se fosse fatto contro di me. Ecco perché vi chiedo di farmi sapere se siete disposto a ritirare ciò che avete detto e a scusarvi, o se invece preferite interrompere le relazioni tra noi. Con i miei rispetti, Lenin”. Stando a una lettera della sorella di Lenin, Maria Ulianova, Stalin presentò le sue scuse.

Nella notte del 22 dicembre il braccio e la gamba destri erano paralizzati. Lenin non poteva più scrivere. Il giorno dopo chiede ai medici il permesso di dettare alla stenografa per cinque minuti, poiché una questione assai importante gli impediva di dormire. Fu così che Lenin cominciò a dettare la prima parte della sua cosiddetta “Lettera al congresso”. In questa parte egli avanzava la necessità di aumentare l’effettivo del CC facendovi entrare degli operai e dei contadini (50-100 membri).

Il 24 dicembre, davanti alle insistenze dei medici che imponevano di cessare ogni incontro con la stenografa, Lenin pone un ultimatum: o lo si autorizza a dettare il suo “diario” per qualche minuto al giorno, oppure rifiuterà categoricamente ogni cura. Lenin in pratica supponeva che la parola innocente “diario” gli avrebbe permesso più facilmente d’ottenere l’assenso dei medici.

Lo stesso giorno, dopo essersi consigliati coi medici, Stalin, Kamenev e Bucharin, prendono la seguente decisione: “1) Lenin è autorizzato a dettare per 5-10 minuti al giorno, ma non deve dettare delle lettere e non deve aspettarsi una replica alle sue note. Le visite sono proibite. 2) Né i suoi amici, né le persone del suo più vicino entourage debbono dargli informazioni sulla vita politica, per non dargli modo di inquietarsi”.

Lenin può comunque dettare la seconda parte della “Lettera” in cui delinea i ritratti dei maggiori leaders del partito. La stenografa, Maria Volodicheva, annota nel suo diario che Lenin le ha più volte ribadito il carattere assolutamente confidenziale di quanto le aveva dettato i giorni 23 e 24 dicembre e che le note dovevano essere preparate in cinque esemplari: uno per gli archivi segreti, uno per lui e tre per la Krupskaja, e poste in buste sigillate. La stenografa racconterà, nel 1929, d’aver bruciato la minuta e che sulla busta sigillata con la cera avrebbe dovuto scrivere che solo Lenin poteva aprirla e, dopo la sua morte, solo N. Krupskaia, ma che le parole “dopo la sua morte” le aveva tralasciate.

Il segreto dunque verteva esclusivamente sulla seconda parte della “Lettera”, poiché la prima (riguardante l’ampliamento del CC) era già stata consegnata il 23 dicembre al CC. Nel maggio 1924 la Krupskaia consegnò alla commissione del CC tutte le carte di Lenin, ma non se ne fece niente. I membri dell’ufficio politico e una parte dei membri del CC erano già al corrente dei giudizi che Lenin aveva di taluni responsabili di partito, per cui ritennero opportuno non rendere pubblico il documento. La volontà di Lenin non venne rispettata.

La malattia aveva colto Lenin in un momento cruciale della storia del partito comunista e dello Stato sovietico. La guerra civile (1918-20) non si era ancora conclusa, le truppe d’intervento straniere continuavano ad occupare l’Estremo Oriente della nazione, la controrivoluzione interna non s’era ancora rassegnata a deporre le armi, i kulaki manifestavano nella Russia centrale, in Ucraina e in Siberia, il movimento dei Basmaci manifestava in Asia centrale, vi erano sollevazioni in diverse città. La fame e il disastro dell’economia venivano a peggiorare la situazione. E, ciononostante, le norme e le regole del “comunismo di guerra” (tutte le forze e le risorse messe al servizio della difesa, grazie alla nazionalizzazione della grossa e media industria, alla centralizzazione della produzione e della distribuzione, al divieto del commercio privato, al lavoro obbligatorio, all’uguaglianza dei salari, ecc.) facevano sempre più posto alla Nuova Politica Economica, elaborata da Lenin (che prevedeva un certo sviluppo del capitalismo e la sostituzione della requisizione dei prodotti agricoli con un’imposta in natura. Misure, queste della NEP, che neppure alcuni membri dell’ufficio politico e del CC riuscivano ad accettare. Ecco perché Lenin, nella sua prima parte della “Lettera”, raccomandava di procedere a una serie di importanti cambiamenti politici e organizzativi).

Lenin prevedeva che se il CC del partito non fosse stato ben saldo e compatto, l’accerchiamento della Russia sovietica da parte degli Stati imperialisti avrebbe potuto determinare il fallimento della rivoluzione. Temeva infatti che i conflitti interni al partito, fino a quel momento insignificanti, avrebbero potuto, di fronte alle pressioni del nemico esterno, diventare molto gravi. Di qui la richiesta di aumentare il CC fino a 50-100 unità, reclutando “operai e contadini medi” che non avessero un “lungo funzionariato sovietico” e che non appartenessero, né direttamente né indirettamente, alla casta degli sfruttatori. Probabilmente Lenin s’era accorto che in sua assenza, a causa della malattia, lo stato maggiore del partito non riusciva a superare le divergenze di opinioni per organizzare un lavoro intelligente, proficuo. Egli temeva soprattutto la minaccia d’una scissione nel momento più critico del Paese.

Lenin, in sostanza, auspicava la creazione di uno staff in grado di garantire il partito contro l’influenza dei tratti negativi di certi suoi dirigenti, in grado cioè di diminuire l’impatto sia dei fattori puramente soggettivi, che delle circostanze accidentali nella soluzione delle questioni più importanti, ma anche in grado di creare le condizioni in cui il contenuto del lavoro di gruppo, rigorosamente centralizzato, del CC, non superasse il quadro, non meno rigorosamente definito, delle sue competenze.

Sintomatico è il fatto che la frase di Lenin: “né il segretario generale, né alcun altro membro del CC” dovevano essere in grado d’impedire un controllo sulla loro attività, fu soppressa dalla “Pravda” del 25 gennaio 1923 e mai pubblicata in nessuna delle successive raccolte di scritti di Lenin, fino a quando è stata ripristinata, secondo il manoscritto originale, nel 45° volume della V edizione delle sue opere, apparso a Mosca nel 1970.

Relativamente ai tratti soggettivi dei leaders del partito, Lenin, nell’ultima nota del 4 gennaio, rilevava che il difetto principale di Stalin: la “grossolanità”, “tollerabile” nei rapporti fra comunisti, era “inammissibile” per un segretario generale, per cui proponeva la sua sostituzione, anche per evitare che il dissidio fra Stalin e Trotski rischiasse di danneggiare l’intero partito.

Quanto, su questa decisione, avesse influito il pericoloso atteggiamento assunto da Stalin (ma anche da Ordzonikidze e Dzerzinskij) nella questione delle nazionalità, era facile intuirlo. Le note del 30-31 dicembre su tale questione e sul progetto di autonomizzazione sono tra le più importanti del Testamento. Lenin temeva che il regime sovietico si sarebbe comportato in maniera imperialistica nei confronti delle nazioni più piccole o più arretrate. Stalin, in tal senso, s’era mostrato “fatalmente precipitoso”, “nefastamente collerico” verso il preteso “social-nazionalismo”; Dzerzinskij aveva dato prova di preconcetti imperdonabili; per Ordzonikidze, che aveva addirittura malmenato pubblicamente un compagno di partito, Lenin chiedeva una “punizione esemplare”.

Stalin, come noto, era stato eletto segretario generale del CC del partito nella primavera del 1922. Prima d’accedere a questo posto, egli dirigeva, quale membro dell’ufficio politico a partire dal marzo 1919, il commissariato per gli affari delle nazionalità e l’Ispezione operaia e contadina. Durante la guerra civile e fino a qualche anno dopo, Stalin si era mostrato un leader energico, volitivo, un grande organizzatore. A motivo di queste qualità, l’ufficio politico, nella seconda metà del 1921, gli aveva affidato il lavoro organizzativo in seno al CC. Lo si era incaricato di preparare i plenum del CC, le sessioni del comitato esecutivo centrale e di fare altre cose ancora: sicché, in pratica, egli veniva ad assumere le funzioni del segretario del CC.

Lenin, dal canto suo, era il capo del governo sovietico. Non occupava ufficialmente alcun ruolo nel partito, nel CC, ma dirigeva le sedute dei plenum del CC e dell’ufficio politico. Di fatto egli era a capo non soltanto del consiglio dei commissari del popolo, ma anche del CC del partito. In queste attività egli aveva come assistente il segretario del CC. Questa funzione non era ufficiale (non esisteva prima di Stalin un segretario “generale” del partito), ma, in pratica, uno dei segretari era stato scelto per dirigere il lavoro della segreteria.

Quando la salute di Lenin peggiorò in modo irreversibile, si prese la decisione di rafforzare la segreteria del partito. Il plenum del CC nominò Stalin, perché sembrava fosse il più idoneo a proseguire i lavori del partito in assenza di Lenin. Fu allora che si decise di dare il nome di “segretario generale” al titolare del nuovo posto, per accrescerne il prestigio e per distinguerlo dagli altri segretari. Col passare del tempo Lenin s’accorse che Stalin aveva concentrato nelle sue mani “un potere illimitato”, sia nell’ambito del partito che dello Stato. Per questo propose, senza fare nomi, di sostituirlo.

Difficilmente però avrebbero potuto sostituirlo Zinoviev o Kamenev, che nel Testamento vengono ricordati da Lenin per il loro comportamento tenuto nel 1917, allorché si opposero alla sollevazione armata, divulgando presso un giornale non comunista la decisione segreta del partito. Tuttavia, nonostante questa defezione, sia l’uno che l’altro erano rimasti membri del CC e dell’ufficio politico. Kamenev era addirittura vicepresidente del consiglio dei commissari del popolo, del consiglio del lavoro e della difesa, mentre Zinoviev era presidente del comitato esecutivo del Komintern. Era stato proprio Lenin ad appoggiare la candidatura di Kamenev, in seno al CC, nell’aprile del 1917, a motivo dell’ascendente su certi strati sociali popolari che unanimemente si riconosceva a Kamenev. Lenin non ha mai accettato di considerare il tradimento dei due come un “crimine personale”. Peraltro nel Testamento egli dice a chiare lettere che non si poteva rimproverare loro tale comportamento “più di quanto si possa rimproverare a Trotski il suo non-bolscevismo” (Zinoviev e Kamenev furono fatti fucilare da Stalin nel 1936).

Quanto a Trotski, Lenin conosceva bene la lunga, complessa e tortuosa lotta ch’egli aveva condotto contro il bolscevismo, ma sapeva anche che ciò non dipendeva tanto dai tratti negativi della personalità egocentrica di Trotski, quanto dal fatto ch’egli rifletteva l’umore di certi militanti del partito e di vasti strati sociali. Grazie al suo talento d’oratore, egli conosceva i modi di galvanizzare quelle masse (specie i più giovani) sensibili alla fraseologia di sinistra. Trotski era senza dubbio una personalità di rilievo: era stato, nel 1922, membro dell’ufficio politico, commissario del popolo alla difesa e alla marina militare, presidente del consiglio militare rivoluzionario della Repubblica. Il partito lo aveva anche incaricato di svolgere diverse funzioni nell’ambito dell’economia nazionale, anche se -come dice Lenin nel Testamento– “la sua eccessiva sicurezza e infatuazione per l’aspetto puramente amministrativo degli affari” rischiava di condurlo “troppo lontano”. Lenin sapeva bene che a Trotski mancavano alcune qualità politiche fondamentali, quali p.es. la duttilità con gli uomini, il gusto della tattica, la capacità di manovra ecc. (Trotski morirà assassinato in Messico nel 1940, da un sicario di Stalin, Ramon Mercader).

Probabilmente Lenin si rendeva conto che nessun leader, da solo, era in grado di sostituirlo e, forse proprio per questo, sperava che, allargando la partecipazione agli organi di direzione politica, l’esigenza di avere un leader con altissime capacità sarebbe venuta meno. Sottoponendo tutti i leaders a un maggiore controllo e facendo ruotare le cariche, il problema della successione sarebbe stato meno gravoso.

Non a caso nelle note del 27-28-29 dicembre, riferendosi alla lettera del 28 dicembre sul carattere legislativo delle decisioni del Gosplan, Lenin disse ch’era difficile trovare in una sola persona la combinazione di queste qualità: solida preparazione scientifica in uno dei rami dell’economia e della tecnologia, visione d’insieme della realtà, forte ascendente sulle persone, capacità organizzative e amministrative. Ma forse -diceva ancora Lenin- se si fossero rispettate le sue condizioni, non ci sarebbe stato bisogno di cercare una persona del genere. D’altra parte egli si rifiutò di designare un proprio successore alla guida del partito.

Nel Testamento Lenin cita altri due leaders: Bucharin e Piatakov. Del primo esprime due giudizi apparentemente contraddittori. Da un lato infatti afferma che “non è soltanto il maggiore e il più prezioso teorico del partito, è anche, a ragione, il compagno più benvoluto”; dall’altro però sostiene ch’egli non ha mai ben compreso la “dialettica” e che le sue concezioni del marxismo sono un po’ “scolastiche”. In effetti, la posizione assunta da Bucharin durante la conclusione della pace di Brest-Litovsk con la Germania (egli, insistendo sul rifiuto delle condizioni di pace tedesche, rischiò di portare la repubblica allo sfascio), era una testimonianza esplicita della sua carente dialettica: ciò che riconobbe, d’altra parte, lo stesso Bucharin. Non solo, ma Lenin aveva giudicato “scolastica ed eclettica” l’analisi dei fenomeni sociali che Bucharin aveva condotto in alcuni capitoli del suo libero L’economia del periodo di transizione (Bucharin morirà nelle purghe staliniane nel 1938).

Quanto a Piatakov, Lenin gli riconosceva “volontà e capacità notevoli”, ma anche la stessa tendenza di Trotski ad accentuare l’aspetto amministrativo (autoritario) delle cose, per cui non si poteva “contare su di lui su una seria questione politica”. Tuttavia, sia per questo caso che per quello precedente, Lenin sperava che i difetti avrebbero potuto, col tempo, essere superati: in fondo Bucharin aveva solo 34 anni e Piatakov 32; si può quindi pensare che i due, col tempo, avrebbero potuto costituire un tandem vincente, benché al momento i leader più importanti fossero Trotski e Stalin (Piatakov sarà fucilato nel 1936).

La sorte del testamento

Che cosa accadde dopo che la Krupskaia presentò alla commissione del CC il Testamento di Lenin? La commissione era composta da Stalin, Kamenev, Zinoviev e altri ancora. Il plenum del CC del 21 maggio 1924 adottò la risoluzione, dopo aver ascoltato il rapporto di Kamenev, di divulgare il contenuto della “Lettera” non alla seduta dello stesso congresso, ma separatamente, alle riunioni delle varie delegazioni. Si precisò anche che i documenti di Lenin non sarebbero stati riprodotti, e per questa ragione non vennero pubblicati.

I rapporti sulla “Lettera” vennero fatti alle delegazioni da Kamenev, Zinoviev e Stalin. Stando alla loro interpretazione, Lenin, riferendosi alla rimozione di Stalin dalla funzione di segretario generale, la considerava come un’ipotesi di cui tener conto, non come una necessità. In fondo Lenin non aveva trovato niente di preciso, di oggettivo, da rimproverare a Stalin: la sua riserva verteva su questioni di carattere soggettivo (anche se, ma questo non fu mai sottolineato, egli le riteneva particolarmente gravi, avendo intuito che si stavano trasformando in un problema politico).

Kamenev comunque espose il contenuto della “Lettera” in modo da far credere che soltanto i tratti personali del carattere di Stalin erano stati messi in discussione e non anche il fatto ch’egli aveva concentrato su di sé un enorme potere. Dal canto suo, Stalin giurò di tener conto delle osservazioni critiche mossegli da Lenin.

Alcuni storici hanno sostenuto che non si provvide a sostituire Stalin perché si temeva che il suo posto l’avrebbe preso Trotski, il quale, non meno di Stalin, aspirava a una leadership maggiore in seno al partito e in più era di tendenza “menscevica”. Ma questa versione dei fatti contrasta proprio con l’affermazione di Lenin secondo cui Trotski era caratterizzato dal suo “non-bolscevismo”: il che doveva escludere a priori la proposta di una sua candidatura a un posto così importante.

Questo Testamento avrebbe sicuramente meritato una più attenta discussione, ma non essendo stato riprodotto, nessun delegato ebbe mai modo di leggerlo personalmente. In sostanza, il dibattito venne indirizzato unicamente sulle proposte di Lenin riguardanti la struttura organizzativa degli organi dirigenti del partito. Trotski s’era allora risolutamente opposto all’idea di ampliare il CC agli operai. Formalmente però, la proposta di Lenin venne accettata. Il XII congresso del partito (1923) fece passare il numero dei membri del CC da 27 a 40; il XIII congresso (1924) li portò a 53. Tuttavia, il progetto di Lenin di associare gli operai e i contadini alla direzione del partito non si realizzò.

Nel 1927, il XV congresso adottò la risoluzione di pubblicare la “Lettera” di Lenin in una Raccolta delle sue opere, ma poi il testo venne pubblicato solo in un “bollettino segreto”. Nell’ottobre dello stesso anno, al plenum del CC, Stalin parzialmente citò e commentò nel suo discorso la “Lettera” di Lenin. Il discorso venne poi inserito nelleOpere di Stalin in maniera sintetica: totalmente esclusi furono i passaggi relativi alla proposta della sua rimozione. Durante il periodo della dittatura staliniana ilTestamento fu addirittura considerato inesistente, benché nel 1927 fosse apparso all’estero per opera di alcuni simpatizzanti trotzchisti. Sarà solo nel 1956 che la rivistaKommunist pubblicherà integralmente questo testamento politico, che ora si trova anche nella V edizione delle Opere complete di Lenin (in lingua russa). Nel 1957 e nel 1963 apparvero altre due importanti testimonianze a favore dell’autenticità del documento, di una delle segretarie di Lenin, L. A. Fotieva: Dai ricordi su Lenin e Diario delle segretarie di turno di Lenin.

Bibliografia

I due testi fondamentali sono:

M. Lewin, L’ultima battaglia di Lenin, ed. Laterza 1969
E.H. Carr, La morte di Lenin. L’interregno 1923-24. ed. Einaudi 1965.

FONTE:http://www.homolaicus.com/teorici/lenin/lenin_testamento.htm