Pubblicato in: Carlo Codevilla, Figli di Nessuno, Italia, Libri, Roberto Lodigiani, Senza categoria, Servizi Segreti, Stalin

LA STORIA DI CARLO CODEVILLA, LA ‘SPIA ITALIANA DI STALIN’

 
Di Roberto Lodigiani
Sembra ispirata alla trama di un romanzo di Le Carrè, e invece è la vita – vera – di Carlo Codevilla, lo ‘007 italiano di Stalin’. Uno studente piemontese divenne punta di diamante dei Servizi segreti sovietici e generale dell’Armata Rossa durante il secondo conflitto mondiale, sino alla morte misteriosa, avvenuta nel 1949 a New York, forse per mano degli stessi russi a cui aveva voltato le spalle per scegliere il mondo occidentale. Amico personale di Lenin e Trotsky, stretto collaboratore di Antonio Gramsci nell’esilio viennese, primo alto esponente dell’Internazionale comunista in Spagna alla vigilia della guerra civile, Codevilla riparò in Urss nel 1921 per sfuggire alla condanna all’ergastolo che gli era stata inflitta per essere stato implicato nell’assassinio di due militanti fascisti a Castelnuovo Scrivia, paese al confine fra la provincia di Alessandria e quella di Pavia.
Nacque così la storia del ‘Moro’, il tenebroso 007 italiano del Comintern, amato dalle donne e apprezzato dai suoi capi. Tutto, in quei primi anni nella patria del socialismo, pareva sorridergli, mentre il regime leninista studiava le tattiche per scatenare l’ondata rivoluzionaria nel resto d’Europa. I corsi da politruk, l’agente-commissario politico, a Leningrado. Poi le delicate missioni all’estero. Germania, Francia, l’Austria al fianco di Antonio Gramsci, forse anche l’Italia sfidando le ire e la vana caccia della Polizia mussoliniana.
Fra le imprese più rilevanti della sua carriera della ‘spia rossa’, spicca il rapimento di Miller, generale zarista che era riparato a Parigi dopo l’avvento al potere dei bolscevichi. Una missione che gli valse il conferimento dell’ordine di Lenin, la più alta onorificenza sovietica.
Il gruppo dei ‘Figli di Nessuno’ e lo scontro con i fascisti
Carlo Codevilla nasce a Tortona, la patria del campionissimo Fausto Coppi, il 20 maggio 1900, da Francesco e Regina Brigada, una donna originaria di Stradella (città di Agostino Depretis, lo statista inventore del ‘trasformismo’ parlamentare, e delle fisarmoniche). Il padre, artigiano, muore quando Carlo e il fratello Pallade (che si suiciderà nel 1927) sono ancora bambini; la madre si arrangia a fare l’ambulante al mercato. Il piccolo Carlo ha una lesione congenita alla gamba destra che gli procura una zoppia permanente, ma questo difetto fisico non gli impedisce di proporsi come un trascinatore fra i coetanei. Studente universitario a Pavia, aderisce al partito socialista ed è conquistato dalle posizioni più estremistiche. Al manifestarsi delle prime violenze fasciste, tra la fine del 1920 e l’inizio del ‘21, crea con altri compagni di studi il gruppo dei ‘Figli di Nessuno’, una sorta di Arditi del popolo in versione tortonese.
La condanna all’ergastolo e la fuga all’estero
Codevilla e i suoi amici si spostano su uno sgangherato camioncino ed è su questo mezzo che, il 15 maggio 1921, giorno delle elezioni politiche, arrivano a Castelnuovo Scrivia. La tensione in paese è altissima e ha già provocato una vittima, Giovanni Arona, ucciso a revolverate pochi giorni prima. Lo scontro fra il gruppuscolo comunista di Codevilla e le camicie nere è inevitabile. Nasce un conflitto a fuoco, nel quale cadono due simpatizzanti del fascio locale, Giuseppe Torti, 22 anni, e Raimondo Suigo, 24. Del duplice omicidio vengono accusati, oltre a Codevilla, altri tre ‘Figli di Nessuno’: Felice Roffredo, Giuseppe Lombardi e Guglielmo Pagani. Un anno più tardi, la Corte d’Assise del tribunale di Alessandria li condanna all’ergastolo. Ma, al momento della sentenza, Carlo e i suoi compagni sono già al sicuro all’estero. Codevilla, dopo i fatti di Castelnuovo, ha raggiunto Torino per sottrarsi alla cattura. Da lì, con l’aiuto di due ferrovieri comunisti, è espatriato clandestinamente, raggiungendo Vienna, Berlino e infine Leningrado, città-simbolo del neonato regime bolscevico.
Agente sovietico, amico di Lenin e Trotsky 
Dall’antica capitale degli zar, Codevilla si sposta presto a Mosca, roccaforte del nuovo potere rosso. Qui conosce Lenin e Trotsky, il teorico della rivoluzione permanente, di cui è grande ammiratore. Gramsci lo vuole con sé a Vienna, dove sta preparando il congresso del Pcd’I, poi spostato a Lione. Ma i dirigenti bolscevichi, colpiti dalla sua ferrea determinazione, dalla cieca fede comunista, lo richiamano presto nel paese dei soviet, decisi a trasformarlo in un agente dei servizi segreti e del Comintern, l’Internazionale rossa. L’ex studente tortonese frequenta una scuola speciale di spionaggio dell’Nkvd, il Kgb dell’epoca, impara sei lingue, apprende i ‘segreti’ del mestiere di spia. Nel 1925 torna per la prima volta, clandestinamente, in Italia dopo la fuga precipitosa di quattro anni prima. Rivede lo zio Luigi, un vecchio socialista trasferitosi ad Acqui, e mamma Regina.
La missione in Spagna
Carlo è ormai pronto per incarichi delicati. Nel 1935, mentre già si profila lo scontro fra repubblica e franchisti, viene mandato in Spagna. Il suo compito è quello di ricompattare le forze di sinistra sotto le insegne del Comintern, isolando gli anarchici e i trozkisti del Poum. La guerra civile scoppia nel 1936: Codevilla rischia di essere catturato a Salamanca dai falangisti e nel ’37, quando si profila la vittoria del caudillo e delle destre, spalleggiate da Mussolini e Hitler, viene richiamato in Urss.
Tra la fine degli anni Venti e l’inizio dei Trenta, si decide anche lo scontro di potere all’interno del partito bolscevico, scatenato dalla morte di Lenin, con un solo vincitore, il georgiano Josif Stalin, che comincia a costruire la sua dittatura, immersa nel sangue dei vecchi compagni e nel terrore poliziesco. La rivoluzione divorava i suoi figli. I grandi processi di Mosca che travolgevano, uno dopo l’altro, gli eroi dei suoi anni giovanili, gli arresti indiscriminati che facevano sparire nel nulla migliaia di innocenti, il meccanismo inesorabile della repressione del dissenso che stritolava anche i suoi antichi compagni della lotta antifascista acuirono la sua crisi di coscienza ed esistenziale, come ebbe a testimoniare l’amico Simonelli incontrato a Parigi, anche se il ‘Moro’ non mosse un dito per salvare i vecchi amici tortonesi, travolti dalle purghe staliniane, o almeno per intercedere per essi, come pure, forse, avrebbe potuto fare, nella sua posizione di alto ufficiale dei servizi segreti e dell’Armata Rossa.
Nome in codice ‘Carlos’. Il caso Miller
Uno degli episodi più oscuri della carriera di Codevilla (nomi in codice ‘Carlos’ e ‘Pablo’). Miller è un generale zarista che dirige a Parigi un’associazione di nostalgici della monarchia. L’Nkvd decide di rapirlo. Affida la missione a due ufficiali, uno dei quali, che si spaccia per il colonnello tedesco Weber o Werner, addetto militare dell’ambasciata nazista, è con ogni probabilità lo stesso agente tortonese. Miller muore nelle fasi concitate del rapimento, ma Mosca apprezza comunque il lavoro di Carlos, decorato con l’Ordine di Lenin.
Dal Piemonte alle rive del Don
Giugno 1941. Hitler straccia il patto di non aggressione Ribbentrop-Molotov e dà il via all’operazione Barbarossa: l’invasione dell’Unione Sovietica. Il Cremlino, dopo l’iniziale smarrimento e le batoste che portano la Russia sull’orlo del disastro, mobilita tutte le energie contro l’aggressore. Codevilla è nominato generale dell’Armata Rossa e diventa commissario politico (i commissari sono i garanti del partito comunista all’interno delle forze armate). È in questo scenario che avviene l’incontro fra il generale Codevilla e alcuni soldati tortonesi, fatti prigionieri dai sovietici a Gorlovka, sul fronte del Don, nel settembre del 1941. Uno di essi è Guido Carca: la vicenda è rievocata nel libro di Osvaldo Mussio, Tra lo Scrivia e il Po – Uomini ed episodi della Resistenza. Codevilla, commosso, fa liberare i suoi ex concittadini dietro la promessa di consegnare un biglietto di saluti all’anziana madre.
Il ‘Moro’ nella bufera del Grande Terrore. Fuga in Occidente
L’uomo con le spalline da generale e il monocolo era profondamente diverso dal ragazzo idealista di vent’anni prima: era diventato un’abile spia, scaltro abbastanza da passare indenne attraverso la bufera del Grande Terrore. Si scorge sempre la sua ombra sullo sfondo, quando i servizi segreti russi raggiungono buoni risultati, a Parigi come a Città del Messico. Ma non c’era più la spinta dell’ideale a sorreggerlo, sparita la ‘vocazione’ degli esordi, consumata a poco a poco nel duro confronto con la realtà quotidiana. E non appena gli capitò l’occasione, offertagli su un piatto d’argento dai suoi stessi superiori, il ‘Moro’ non esitò a coglierla al volo per spiccare il grande balzo verso Occidente. Il distacco dal passato era ormai completo. Adesso, era pronto a contrattare il prezzo del suo tradimento. Sono gli anni della fortuna, dei soldi facili, degli incontri con le eleganti e sofisticate dame newyorchesi, così diverse dalle scombinate e improbabili ragazze della rivoluzione. Ma il ‘Moro’ non si fa illusioni. Sa che presto o tardi si farà avanti un’altra spia senza scrupoli a regolare i conti con lui. E così accade.
La fine misteriosa. Esce di scena con un dono
‘Carlos Codevilla – All for the Automobile’. Questa scritta si poteva leggere sull’appartamento 813 di un grattacielo di Wall Street, a New York. Smessi i panni della spia, Codevilla a guerra finita aveva indossato quelli del venditore. Una copertura per proseguire l’attività spionistica negli States, sempre al servizio di Mosca, oppure il segno di una reale svolta nella sua vita e del taglio netto con il suo passato di fedele servitore del regime sovietico? Forse non lo sapremo mai, anche se si ipotizza di suoi contatti con ambienti socialdemocratici di Tortona, che lui avrebbe sondato per preparare il passaggio di campo con l’Occidente e il futuro ritorno in Italia. Sta di fatto che Codevilla non rimise più piede nella ‘Patria del socialismo’, la sua terra adottiva. Un giorno d’inverno del ’49, uscendo dall’ufficio, fu pugnalato alla schiena da due sconosciuti, forse emissari che volevano punirlo per il suo tradimento. Codevilla riuscì a cavarsela, ma l’aggressione peggiorò le sue già precarie condizioni fisiche. Il 17 agosto 1950, alle nove del mattino, la morte dopo una lunga agonia. L’ultimo suo gesto fu un gesto di generosità: Codevilla, ormai senza parenti prossimi, dopo il decesso del fratello e della madre, lasciò tutti i suoi averi – circa venti milioni di lire dell’epoca – all’orfanotrofio di Tortona. L’uomo esce di scena con stile, donando almeno parte di ciò che ha guadagnato.
L’autore
Roberto Lodigiani è nato a Broni (Pavia) il 7 maggio 1962. Laureato in Lettere moderne all’Università di Pavia con una tesi di Storia contemporanea, è giornalista professionista. Lavora come vicecaposervizio del settore Province al quotidiano «La Provincia pavese». La spia di Stalin. La vera storia di Carlo Codevilla, è il titolo del suo libro, pubblicato da Ugo Mursia Editore, biografia dello studente tortonese diventato agente dei servizi segreti sovietici tra gli anni Venti e Trenta dell’inquieto Novecento.

FONTE: https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/storie-di-spie/carlo-codevilla-la-spia-di-stalin.html

ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU https://informazioneconsapevole.blogspot.it/2016/08/il-mistero-di-carlo-codevilla-la-spia.html

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