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LA STORIA E IL PENSIERO DEL COMUNISTA ERETICO MARIO MINEO

Di Piero Volante

Antifascista militante tra la fine del ‘ 39 e il ‘ 40, Mineo (che sabato mattina sarà ricordato all’ Istituto Gramsci, ai Cantieri della Zisa, da Corradino Mineo, Renato Covino, Santina Cutrona ed Enrico Guarneri) aveva fatto parte di un gruppo formato, tra gli altri, dai fratelli Chiara, da Nino e Gino Cipolla, Nando e Michele Russo, Beppe Fazio. In una lettera inviata a Orazio Cancila il 16 maggio 1987, a poche settimane dalla scomparsa, scriveva: «Eravamo a sinistra ma senza precise posizioni…Diffondevamo il manifesto di Guido Calogero (sul liberal-socialismo) ed altra roba. Contestammo l’ antifascismo siciliano…». Il gruppo fu scoperto dalla polizia e molti furono arrestati tra l’ ottobre e il novembre del ‘ 41. Nel frattempo Mineo era stato richiamato sotto le armi. Si rividero nel maggio-giugno ‘ 43, fondarono il Fronte del lavoro. Vi facevano parte socialisti e comunisti, Mineo fu eletto segretario. Scioltosi il Fronte, nel ‘ 44 aderisce al Partito comunista. Viene nominato dagli alleati commissario per l’ epurazione. L’ anno successivo passa al Partito socialista e viene nominato a far parte della commissione per lo statuto della Regione Siciliana. Vi presenta una bozza che per «un colpo di mano» di Enrico La Loggia – come scriverà in una polemica lettera a Massimo Ganci il 10 ottobre 1966 – non è nemmeno discussa. Nella sua bozza di Statuto Mineo legava il tema dell’ autonomia allo sviluppo e ad una forma di pianificazione economica; nella bozza vincente voluta da La Loggia e che passerà alla Consulta con l’ avallo dei comunisti trionfa il punto di vista riparazionista che sgancia l’ intervento dello Stato dallo sviluppo ma lo lega all’ idea piagnona di un risarcimento dovuto alla Sicilia. La variante di Mineo scompare nella discussione e successivamente nel dibattito storiografico. Ritorna e con fatica dopo che Flaccovio pubblicò, con il sostegno della indimenticabile moglie Elena, gli “Scritti” di Mineo in ben otto volumi. Dario Castiglione, Enrico Guarneri, Renato Covino e io, che con Elena formammo il comitato editoriale, ci dedicammo a questa opera che ci ha impegnato quasi dieci anni – consegnando così Mineo all’ archivio della storia del movimento operaio italiano – perché ritenevamo che era nostro dovere evitare che un’ impressionante mole di lavoro di proposte di riflessione si cancellassero. E questo si badi non per la necessità di un risarcimento soggettivo che pur si doveva a Mineo, ma perché eravamo convinti che i suoi “Scritti” rappresentino la più estesa memoria critica teorica e militante di un esponente meridionale siciliano della classe dirigente dell’ opposizione italiana. Nel ‘ 46 rientra nel Partito comunista viene eletto deputato all’ Assemblea regionale per il Blocco del Popolo. Fa una sola legislatura e si dedica alla vita accademica come assistente di Economia politica presso la facoltà di Economia e Commercio. È del ‘ 47 un suo fondamentale saggio su Marx e Schumpeter in cui, caso isolato all’ interno del pensiero economico marxista in Italia e non solo, cerca di utilizzare sulla prospettiva di una teoria dello sviluppo capitalistico alcuni schemi fondamentali della teoria di Schumpeter in vista di una ricostituzione della teoria eco nomica marxista. Anche i suoi lavori economici rappresentano variabili cancellate del debole pensiero economico marxista italiano laddove si spingea simpatizzare coni keynesiani di sinistra che come lui vedevano nel tema dello sviluppo il nucleo essenziale della ricerca economica. Questa posizione gli costerà la bocciatura alla libera docenza, dopo di che decide di abbandonare l’ Università e di dedicarsi all’ insegnamento nelle scuole secondarie. A metà degli anni Cinquanta ritorna a fare politica attiva dentro il Pci ma ne uscirà definitivamente nel 1962. Nel 1965 aderisce alla IV Internazionale e fonda il Circolo Labriola che ha segnato un’ intera generazione. Nei suoi locali di via Costantino Nigra dove incontravi Enzo Sellerio, Leonardo Sciascia, Luigi Rognoni, Beppe Fazio, Vincenzo Tusa, Giacinto Lentini, molti di noi hanno imparato che coerenza e rigore sono qualità sia intellettuali che morali, sostanza del fare o anche semplicemente del parlare di politica. Nel 1968 fonda il Circolo Lenin per poi nel ‘ 70 aderire al Manifesto. Viene eletto consigliere comunale. Vi rimarrà una sola legislatura nel frattempo fonda la cooperativa Praxis dotandosi di una rivista alla quale chiama a collaborare molti simpatizzanti che già si pongono al limite del Manifesto. E il Manifesto, con la memoria recente della sua espulsione dal Pci, lo espelle. Sino al 1984 si dedica a Praxis e al suo gruppo e poi negli ultimi tre anni decide di rielaborare i suoi scritti. Mi sono diffuso sulla sua vita dentro e fuori le organizzazioni per chiarire quanto Vittorio Foa a Palermo nel 1989, in occasione della pubblicazione del primo volume degli Scritti di Mineo ci disse di Mario: «Se si pensa a Mario Mineo vengono in mente due categorie di pensiero e di azione politica: una è la coerenza,e l’ altraè l’ intransigenza. La coerenza è in sostanza la fedeltà all’ idea. Ma vi possono essere due modi di essere coerenti, due modi di essere fedeli. Uno di essere direttamente fedeli a una idea e di cercare di servire l’ idea verificandola nelle varie forme organizzative che in questa possono manifestarsi; un altro modo invece è quello di servire ed essere fedele all’ idea attraverso la fedeltà all’ organizzazione». Ebbene Mineo apparteneva al primo modo di essere coerente. Foa ci ricordò anche che un altro aspetto di Mario era l’ intransigenza intesa come «il coraggio di dire sempre quello che si pensa, di non mistificare il proprio pensiero per ragioni opportunistiche, di non nascondersi». E apparentò l’ intransigenza di Mineo a quella di Terracini, Lombardi, Ingrao.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/01/14/storia-di-mineo-comunista-eretico.html

FOTO:copertina della rivista “Praxis”,http://salvatoreloleggio.blogspot.it

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LA STORIA DI CARLO CODEVILLA, LA ‘SPIA ITALIANA DI STALIN’

 
Di Roberto Lodigiani
Sembra ispirata alla trama di un romanzo di Le Carrè, e invece è la vita – vera – di Carlo Codevilla, lo ‘007 italiano di Stalin’. Uno studente piemontese divenne punta di diamante dei Servizi segreti sovietici e generale dell’Armata Rossa durante il secondo conflitto mondiale, sino alla morte misteriosa, avvenuta nel 1949 a New York, forse per mano degli stessi russi a cui aveva voltato le spalle per scegliere il mondo occidentale. Amico personale di Lenin e Trotsky, stretto collaboratore di Antonio Gramsci nell’esilio viennese, primo alto esponente dell’Internazionale comunista in Spagna alla vigilia della guerra civile, Codevilla riparò in Urss nel 1921 per sfuggire alla condanna all’ergastolo che gli era stata inflitta per essere stato implicato nell’assassinio di due militanti fascisti a Castelnuovo Scrivia, paese al confine fra la provincia di Alessandria e quella di Pavia.
Nacque così la storia del ‘Moro’, il tenebroso 007 italiano del Comintern, amato dalle donne e apprezzato dai suoi capi. Tutto, in quei primi anni nella patria del socialismo, pareva sorridergli, mentre il regime leninista studiava le tattiche per scatenare l’ondata rivoluzionaria nel resto d’Europa. I corsi da politruk, l’agente-commissario politico, a Leningrado. Poi le delicate missioni all’estero. Germania, Francia, l’Austria al fianco di Antonio Gramsci, forse anche l’Italia sfidando le ire e la vana caccia della Polizia mussoliniana.
Fra le imprese più rilevanti della sua carriera della ‘spia rossa’, spicca il rapimento di Miller, generale zarista che era riparato a Parigi dopo l’avvento al potere dei bolscevichi. Una missione che gli valse il conferimento dell’ordine di Lenin, la più alta onorificenza sovietica.
Il gruppo dei ‘Figli di Nessuno’ e lo scontro con i fascisti
Carlo Codevilla nasce a Tortona, la patria del campionissimo Fausto Coppi, il 20 maggio 1900, da Francesco e Regina Brigada, una donna originaria di Stradella (città di Agostino Depretis, lo statista inventore del ‘trasformismo’ parlamentare, e delle fisarmoniche). Il padre, artigiano, muore quando Carlo e il fratello Pallade (che si suiciderà nel 1927) sono ancora bambini; la madre si arrangia a fare l’ambulante al mercato. Il piccolo Carlo ha una lesione congenita alla gamba destra che gli procura una zoppia permanente, ma questo difetto fisico non gli impedisce di proporsi come un trascinatore fra i coetanei. Studente universitario a Pavia, aderisce al partito socialista ed è conquistato dalle posizioni più estremistiche. Al manifestarsi delle prime violenze fasciste, tra la fine del 1920 e l’inizio del ‘21, crea con altri compagni di studi il gruppo dei ‘Figli di Nessuno’, una sorta di Arditi del popolo in versione tortonese.
La condanna all’ergastolo e la fuga all’estero
Codevilla e i suoi amici si spostano su uno sgangherato camioncino ed è su questo mezzo che, il 15 maggio 1921, giorno delle elezioni politiche, arrivano a Castelnuovo Scrivia. La tensione in paese è altissima e ha già provocato una vittima, Giovanni Arona, ucciso a revolverate pochi giorni prima. Lo scontro fra il gruppuscolo comunista di Codevilla e le camicie nere è inevitabile. Nasce un conflitto a fuoco, nel quale cadono due simpatizzanti del fascio locale, Giuseppe Torti, 22 anni, e Raimondo Suigo, 24. Del duplice omicidio vengono accusati, oltre a Codevilla, altri tre ‘Figli di Nessuno’: Felice Roffredo, Giuseppe Lombardi e Guglielmo Pagani. Un anno più tardi, la Corte d’Assise del tribunale di Alessandria li condanna all’ergastolo. Ma, al momento della sentenza, Carlo e i suoi compagni sono già al sicuro all’estero. Codevilla, dopo i fatti di Castelnuovo, ha raggiunto Torino per sottrarsi alla cattura. Da lì, con l’aiuto di due ferrovieri comunisti, è espatriato clandestinamente, raggiungendo Vienna, Berlino e infine Leningrado, città-simbolo del neonato regime bolscevico.
Agente sovietico, amico di Lenin e Trotsky 
Dall’antica capitale degli zar, Codevilla si sposta presto a Mosca, roccaforte del nuovo potere rosso. Qui conosce Lenin e Trotsky, il teorico della rivoluzione permanente, di cui è grande ammiratore. Gramsci lo vuole con sé a Vienna, dove sta preparando il congresso del Pcd’I, poi spostato a Lione. Ma i dirigenti bolscevichi, colpiti dalla sua ferrea determinazione, dalla cieca fede comunista, lo richiamano presto nel paese dei soviet, decisi a trasformarlo in un agente dei servizi segreti e del Comintern, l’Internazionale rossa. L’ex studente tortonese frequenta una scuola speciale di spionaggio dell’Nkvd, il Kgb dell’epoca, impara sei lingue, apprende i ‘segreti’ del mestiere di spia. Nel 1925 torna per la prima volta, clandestinamente, in Italia dopo la fuga precipitosa di quattro anni prima. Rivede lo zio Luigi, un vecchio socialista trasferitosi ad Acqui, e mamma Regina.
La missione in Spagna
Carlo è ormai pronto per incarichi delicati. Nel 1935, mentre già si profila lo scontro fra repubblica e franchisti, viene mandato in Spagna. Il suo compito è quello di ricompattare le forze di sinistra sotto le insegne del Comintern, isolando gli anarchici e i trozkisti del Poum. La guerra civile scoppia nel 1936: Codevilla rischia di essere catturato a Salamanca dai falangisti e nel ’37, quando si profila la vittoria del caudillo e delle destre, spalleggiate da Mussolini e Hitler, viene richiamato in Urss.
Tra la fine degli anni Venti e l’inizio dei Trenta, si decide anche lo scontro di potere all’interno del partito bolscevico, scatenato dalla morte di Lenin, con un solo vincitore, il georgiano Josif Stalin, che comincia a costruire la sua dittatura, immersa nel sangue dei vecchi compagni e nel terrore poliziesco. La rivoluzione divorava i suoi figli. I grandi processi di Mosca che travolgevano, uno dopo l’altro, gli eroi dei suoi anni giovanili, gli arresti indiscriminati che facevano sparire nel nulla migliaia di innocenti, il meccanismo inesorabile della repressione del dissenso che stritolava anche i suoi antichi compagni della lotta antifascista acuirono la sua crisi di coscienza ed esistenziale, come ebbe a testimoniare l’amico Simonelli incontrato a Parigi, anche se il ‘Moro’ non mosse un dito per salvare i vecchi amici tortonesi, travolti dalle purghe staliniane, o almeno per intercedere per essi, come pure, forse, avrebbe potuto fare, nella sua posizione di alto ufficiale dei servizi segreti e dell’Armata Rossa.
Nome in codice ‘Carlos’. Il caso Miller
Uno degli episodi più oscuri della carriera di Codevilla (nomi in codice ‘Carlos’ e ‘Pablo’). Miller è un generale zarista che dirige a Parigi un’associazione di nostalgici della monarchia. L’Nkvd decide di rapirlo. Affida la missione a due ufficiali, uno dei quali, che si spaccia per il colonnello tedesco Weber o Werner, addetto militare dell’ambasciata nazista, è con ogni probabilità lo stesso agente tortonese. Miller muore nelle fasi concitate del rapimento, ma Mosca apprezza comunque il lavoro di Carlos, decorato con l’Ordine di Lenin.
Dal Piemonte alle rive del Don
Giugno 1941. Hitler straccia il patto di non aggressione Ribbentrop-Molotov e dà il via all’operazione Barbarossa: l’invasione dell’Unione Sovietica. Il Cremlino, dopo l’iniziale smarrimento e le batoste che portano la Russia sull’orlo del disastro, mobilita tutte le energie contro l’aggressore. Codevilla è nominato generale dell’Armata Rossa e diventa commissario politico (i commissari sono i garanti del partito comunista all’interno delle forze armate). È in questo scenario che avviene l’incontro fra il generale Codevilla e alcuni soldati tortonesi, fatti prigionieri dai sovietici a Gorlovka, sul fronte del Don, nel settembre del 1941. Uno di essi è Guido Carca: la vicenda è rievocata nel libro di Osvaldo Mussio, Tra lo Scrivia e il Po – Uomini ed episodi della Resistenza. Codevilla, commosso, fa liberare i suoi ex concittadini dietro la promessa di consegnare un biglietto di saluti all’anziana madre.
Il ‘Moro’ nella bufera del Grande Terrore. Fuga in Occidente
L’uomo con le spalline da generale e il monocolo era profondamente diverso dal ragazzo idealista di vent’anni prima: era diventato un’abile spia, scaltro abbastanza da passare indenne attraverso la bufera del Grande Terrore. Si scorge sempre la sua ombra sullo sfondo, quando i servizi segreti russi raggiungono buoni risultati, a Parigi come a Città del Messico. Ma non c’era più la spinta dell’ideale a sorreggerlo, sparita la ‘vocazione’ degli esordi, consumata a poco a poco nel duro confronto con la realtà quotidiana. E non appena gli capitò l’occasione, offertagli su un piatto d’argento dai suoi stessi superiori, il ‘Moro’ non esitò a coglierla al volo per spiccare il grande balzo verso Occidente. Il distacco dal passato era ormai completo. Adesso, era pronto a contrattare il prezzo del suo tradimento. Sono gli anni della fortuna, dei soldi facili, degli incontri con le eleganti e sofisticate dame newyorchesi, così diverse dalle scombinate e improbabili ragazze della rivoluzione. Ma il ‘Moro’ non si fa illusioni. Sa che presto o tardi si farà avanti un’altra spia senza scrupoli a regolare i conti con lui. E così accade.
La fine misteriosa. Esce di scena con un dono
‘Carlos Codevilla – All for the Automobile’. Questa scritta si poteva leggere sull’appartamento 813 di un grattacielo di Wall Street, a New York. Smessi i panni della spia, Codevilla a guerra finita aveva indossato quelli del venditore. Una copertura per proseguire l’attività spionistica negli States, sempre al servizio di Mosca, oppure il segno di una reale svolta nella sua vita e del taglio netto con il suo passato di fedele servitore del regime sovietico? Forse non lo sapremo mai, anche se si ipotizza di suoi contatti con ambienti socialdemocratici di Tortona, che lui avrebbe sondato per preparare il passaggio di campo con l’Occidente e il futuro ritorno in Italia. Sta di fatto che Codevilla non rimise più piede nella ‘Patria del socialismo’, la sua terra adottiva. Un giorno d’inverno del ’49, uscendo dall’ufficio, fu pugnalato alla schiena da due sconosciuti, forse emissari che volevano punirlo per il suo tradimento. Codevilla riuscì a cavarsela, ma l’aggressione peggiorò le sue già precarie condizioni fisiche. Il 17 agosto 1950, alle nove del mattino, la morte dopo una lunga agonia. L’ultimo suo gesto fu un gesto di generosità: Codevilla, ormai senza parenti prossimi, dopo il decesso del fratello e della madre, lasciò tutti i suoi averi – circa venti milioni di lire dell’epoca – all’orfanotrofio di Tortona. L’uomo esce di scena con stile, donando almeno parte di ciò che ha guadagnato.
L’autore
Roberto Lodigiani è nato a Broni (Pavia) il 7 maggio 1962. Laureato in Lettere moderne all’Università di Pavia con una tesi di Storia contemporanea, è giornalista professionista. Lavora come vicecaposervizio del settore Province al quotidiano «La Provincia pavese». La spia di Stalin. La vera storia di Carlo Codevilla, è il titolo del suo libro, pubblicato da Ugo Mursia Editore, biografia dello studente tortonese diventato agente dei servizi segreti sovietici tra gli anni Venti e Trenta dell’inquieto Novecento.

FONTE: https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/storie-di-spie/carlo-codevilla-la-spia-di-stalin.html

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BR ESOTERICHE: VIAGGIO TRA LE RAGIONI DEL MISTERO CHE DA SEMPRE SOTTENDONO IL TIRANNICIDIO(LIBRO)

Recensione di Teodoro Klitsche de la Grange
Ripensando gli “anni di piombo”
Di Teodoro Klitsche de la Grange
Recensione a: Ruggiero Capone, Br esoteriche, Pagine, Roma 2009, pp. 146, € 13,00.

Questo lavoro affronta con efficacia ed originalità la questione della etero-direzione delle Brigate Rosse, e sui collegamenti, interessi, complicità che hanno lasciato estese zone d’ombra ed interrogativi ancor oggi d’attualità, come le evidenti coperture (da Lollo a Cesare Battisti) di cui ancora fruiscono a livello nazionale e internazionale i terroristi degli “anni di piombo”.

Le tesi di Capone sono, essenzialmente due: la prima che le BR siano state dirette da un livello “superiore” neppure ortodossamente marxista – leninista e, insieme, dal KGB, con cui collaboravano gli altri servizi segreti degli Stati del Patto di Varsavia.

La seconda che gran parte delle tesi – e il comportamento complessivo in materia della stampa di sinistra – è stato determinato e indotto da precise strategie di depistaggio e disinformazione del KGB; per lo più rivolte – com’è logico – all’occultamento della direzione delle attività terroristiche.

Il tutto iniziava con le cosiddette “sedicenti brigate rosse” della metà degli anni ’70, proseguiva con i vari depistaggi durante e dopo il sequestro Moro e l’attentato a Giovanni Paolo II; continuava con l’affossamento per esaurimento dell’attenzione dell’opinione pubblica. Dovuto anche, dalla fine degli anni ’80 ad oggi, al collasso per implosione dell’Unione Sovietica e, in genere, del comunismo. Per cui, calata la tensione politica, si sono visti terroristi – di sinistra, è ovvio – assunti come consulenti da amministrazioni di sinistra.

Avverando così la profezia di Montanelli che avremmo avuto anche i reduci del terrorismo, con tanto d’impiego, trattamento previdenziale e magari, come il barone Fanfulla da Lodi, con l’inquadramento.

Anche questi episodi – ai limiti del grottesco – confermano tuttavia le comprensioni di cui il terrorismo ha goduto (e gode), anche nelle strutture dello Stato. Dovute sia alla direzione esoterica che a quella “politica” del movimento, ricollegabile a elementi del vecchio PCI in collegamento con i servizi segreti del blocco comunista.

Quanto alla direzione esoterica l’autore nota un particolare poco notato: che la stella (vuota) a cinque punte ed iscritta in un cerchio non è un simbolo comunista, ma è

(l’essenziale) del pentacolo, cioè del simbolo, d’importanza centrale in molte tradizioni esoteriche, e insieme dell’evocazione demoniaca. Il demonio – si può aggiungere – nella teologia politica cristiana, tutta rivolta all’ordine, ha il ruolo (e la funzione) del disordine. Il quale, in primo luogo, richiede la distruzione dell’autorità costituita. Come del pari assumeva significato fortemente anti-cristiano, “satanico” dalla contrapposizione al cattolicesimo, culminante nell’attentato al Papa, somma autorità della Chiesa.
A distanza di tanti anni, il riemergere – anche se della geometrica potenza del ’78 è rimasta solo la radice quadrata degli omicidi di D’Antona e Biagi – delle “seconde” BR può trovare spiegazione nel perdurare della direzione esoterica, sostanzialmente intatta da indagini e processi. Perché se le “prime” BR s’iscrivevano nel contesto del confronto tra comunismo e mondo libero, e in questo avevano una logica e una funzione, a comunismo crollato, uccidere per un’illusione falsificata della storia non ha senso. O, almeno, di sicuro non ha quel senso politico che aveva prima del collasso comunista. Ma può averne un altro che questo libro in parte indica e in altra suggerisce.

FONTE:http://spigolature-storiche.blogspot.it/2009/12/teodoro-klitsche-de-la-grange.html