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LA POCO CONOSCIUTA LETTERA CHE ALEISTER CROWLEY SCRISSE A LEV TROTSKY

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Di Salvatore Santoru

Un’aspetto molto poco conosciuto della vita dello scrittore e occultista inglese Aleister Crowley e del rivoluzionario e militare sovietico Lev Trotsky è indubbiamente la lettera che il primo mandò al secondo, anche se da parte di Trotsky non vi fu alcuna risposta(1).
A quanto pare, Crowley avrebbe avuto intenzione di far “iniziare” il rivoluzionario sovietico alla religione crowleyana di “Thelema” ma non vi era interesse alcuno da parte di Trotsky.


La notizia della lettera è riportata,come sostenuto da “Hobo Calling”(1) dallo storico marxista Mike Davis(2) nonché dallo scrittore Colin Wilson(3) in “Aleister Crowley-La Natura Della Bestia”(4), come riportato dal CCSG(5) e da altri, tra cui lo studioso esperto di esoterismo Tobias Churton(6) nella biografia dedicata allo stesso Crowley(7), come si può leggere in un’estratto del libro disponibile su “Google Books“(8).

NOTE:

(1)http://hobocalling.blogspot.it/2016/12/nemici-di-alister-crowley.html

(2)https://en.wikipedia.org/wiki/Mike_Davis_(scholar)

(3)https://it.wikipedia.org/wiki/Colin_Wilson

(4)https://www.ibs.it/aleister-crowley-natura-della-bestia-libro-colin-wilson/e/9788868011123

(5)http://www.centrosangiorgio.com/occultismo/articoli/grande_bestia_666.htm

(6)https://en.wikipedia.org/wiki/Tobias_Churton

(7)https://www.amazon.com/Aleister-Crowley-Biography-Spiritual-Revolutionary/dp/1780283849

(8)https://books.google.it/books?id=NwVsewNm-TYC&pg=PT284&lpg=PT284&dq=CROWLEY+TROTSKY&source=bl&ots=EzX2SgE5qQ&sig=z2on7Wc56TFwkXEuOKDHnx_ckQk&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj_6NuFkoLSAhUCI8AKHQwUDq4Q6AEIMjAH#v=onepage&q=CROWLEY%20TROTSKY&f=false

ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU https://informazioneconsapevole.blogspot.it/2017/02/la-sconosciuta-e-misteriosa-lettera-che.html

Pubblicato in: 1986, Cima 611, Dal'negorsk, Fox News, incidente di Dal'negorsk, Incidente di Roswell, Monte Izvestkovaya, Primorskij kraj, Roswell, Russia, Senza categoria, Sightings, Storia, Tod Mesirow, Trasmissioni televisive, UFO, UFO crash, Ufologia, URSS, Valery Dvuzhilny

LA “ROSWELL” SOVIETICA: IL PRESUNTO UFO CRASH DI DALNEGORSK

L’incidente di Dal’negorsk è un presunto UFO crash che sarebbe avvenuto in Unione Sovietica a Dal’negorsk, Primorskij kraj, Russia, nel gennaio 1986. L’incidente sarebbe avvenuto sul Monte Izvestkovaya, localizzato nel territorio della città e chiamato anche Cima 611 per via della sua altezza. L’incidente è stato definito “la Roswell dell’Unione Sovietica”.

Cronologia dei fatti

Il 29 gennaio 1986 alle 20,00 circa gli abitanti di Dal’negorsk videro in cielo una palla rossastra, grande circa quanto la metà del disco lunare. La sfera si muoveva parallelamente al terreno e non si sentiva alcun rumore. Quando la palla si avvicinò al monte, cominciò ad abbassarsi finché cadde sulla sua cima. Tutti i testimoni tranne uno dissero che non ci fu alcun rumore quando la palla raggiunse il terreno. La luce provocata dalla palla fu descritta come quella di una foresta in fiamme e durò per circa un’ora. In base alle affermazioni dei testimoni, per l’oggetto fu stimata una velocità di caduta di circa 15 m/s.

Rilievi e analisi

Tre giorni dopo l’incidente, un gruppo di ufologi guidati da Valery Dvuzhilny salì sulla cima del monte. Il gruppo effettuò rilievi, prelevò campioni di terreno e scattò alcune fotografie. Gli ufologi rilevarono un cratere di circa 2×2 metri (altre fonti riferirono che le dimensioni erano di 3×3 metri). Il terreno appariva come se fosse stato riscaldato ad un’alta temperatura. Le rocce apparivano coperte da materiale nerastro e attorno al cratere c’erano residui di alberi bruciati. Alcune delle rocce presentavano sferette di una sostanza argentata, che fu riconosciuta come grafite. Il tipo di grafite trovato sul luogo del cratere fu riconosciuto come differente da quello trovato in altri depositi del luogo.

L’analisi chimica delle sferette raccolte mostrò che erano composte da grafite, silicio e ferro. Alcune di esse mostravano quantità significative di zinco, bismuto ed altri elementi rari. Fu eseguita un’analisi di campioni di rocce, suolo e residui di alberi bruciati e fu notato che la composizione era simile a quella dei campioni raccolti dal sito dell’evento di Tunguska. Ulteriori analisi hanno rinvenuto la presenza di oro, argento, nichel e molibdeno. È stata ritenuta molto interessante la presenza di oro, perché a Dal’negorsk non ci sono miniere né rocce che contengono questo minerale.

Speculazioni ufologiche

Valery Dvuznilny ha ipotizzato che si sia trattato della caduta di un veicolo extraterrestre.

Negli USA l’incidente è stato oggetto di una puntata della trasmissione televisiva Sightings trasmessa nel 1995 dalla rete Fox. Il giornalista Tod Mesirow si è recato sul luogo ed ha intervistato i testimoni e alcuni scienziati. Mesirow ha dichiarato che le analisi dei frammenti metallici hanno dimostrato che il metallo non è di manifattura umana ma è qualcosa d’altro.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:https://it.wikipedia.org/wiki/Incidente_di_Dalnegorsk

PER APPROFONDIRE:http://www.noiegliextraterrestri.it/2015/12/ufo-crash-dalnegorsk-russia-1986-philip-mantle-paul-stonehill.html

Pubblicato in: Armi Nucleari, Grot, Guerra Fredda, KGB, Senza categoria, Storia, Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, Unione Sovietica, URSS, USSR

I SEGRETI DELL’UNIONE SOVIETICA

http://www.giornalettismo.com/archives/130326/tutti-i-segreti-dellunione-sovietica/

Le informazioni ancora non rivelate sull’ex URSS che si celano nelle profondità di documenti e dossier.

L’Unione Sovietica è stata per decenni unaterra oscura, separata dal resto del mondo da un muro fatto non solo di mattoni, ma anche di segreti, politici, tecnologici, culturali. Un baratro economico e culturale che si è colmato, al contrario di quello reale per cui sono bastate mazze e picconi, solo a prezzo di grandi fatiche.

UNA MINIERA DI SEGRETI – Si potrebbero paragonare i 20 anni dal crollo dell’Unione Sovietica ad una miniera d’oro per gli storici: l’oro, a causa delle scoperte preziose negli archivi e memorie, e la profondità di una miniera a causa del lavoro frustrante che è spesso necessario per portarle alla luce. Abbiamo ancora solo scalfito la superficie della storia sovietica, quello che abbiamo trovato finora è stato un percorso avvincente ricavato da registrazioni e dalle testimonianze sugli eventi di un tempo segreto. Ma c’è così tanto che ancora non sappiamo.

LA GUERRA FREDDA – Si immagini un volume pesante e dal ruolo assolutamente innovativo, un capolavoro della storia: la fine pacifica della Guerra Fredda in Europa. Il libro è come un caveau segreto che espone le più affascinanti informazioni top-secret e i documenti sulle rivoluzioni del 1989. Vladislav Zubok, uno dei curatori del volume, ci ricorda che rispetto al lato visibile della Luna – c’è ancora un aldilà che non è stato visto. In questo spirito, ecco una lista dei 10 misteri sull’impero sovietico che ci aspettano dall’altra parte della luna.

UNO – Cosa è successo ai miliardi di dollari in oro e denaro contante presumibilmente conservati dal Partito comunista dopo il crollo sovietico? Alcuni rapporti della stampa estera al momento suggerirono che furono fatti sparire tramite conti bancari esteri, ma non c’è mai stata alcuna prova. Egor Gaidar, primo ministro di Boris Eltsin, assunse un detective privato dell’azienda internazionale Kroll Associates per trovarli, ma inutilmente. Quanto denaro fu coinvolto, e dove è andato a finire?

DUE – L’Unione Sovietica ha mai sviluppato un’arma nucleare da portare in “valigia”? Ci sono state un sacco di speculazioni selvagge, ma mai alcuna prova. Il generale russo Alexander Lebed nel 1997 disse che c’erano 100 valigie dell’era sovietica contenenti armi nucleari e che circa la metà erano mancanti. Ma il conto Lebed era vago e inconsistente, e altri negarono le sue affermazioni. Chi aveva ragione?

TRE – Nelle prime settimane dopo il disastro nucleare di Chernobyl a fine aprile 1986, il leader sovietico Mikhail Gorbaciov era stranamente silenzioso. Non ha parlato a questo proposito fino al 14 maggio, più di due settimane più tardi. Cosa è stato detto e fatto ai più alti livelli in quei primi giorni dell’emergenza? Perché quest’uomo d’azione sembrò così paralizzato?

QUATTRO – Dai primi anni 1970, i leader sovietici approvarono un programma segreto di armi biologiche. Conosciamo le linee generali della ricerca, ma non c’è quasi nulla sul lato militare. C’è stato un “concetto di uso”, o una dottrina militare, per la guerra batteriologica sul campo di battaglia? Le armi create erano per impieghi speciali? Cosa è successo a tutti dopo il crollo dell’Unione Sovietica?

CINQUE – Ancora mancano informazioni chiave sulla crisi dei missili a Cuba, proprio come è stato detto durante le visite in Unione Sovietica dai rivoluzionari cubani come Raúl Castro e Che Guevara prima della crisi del 1962, e Fidel Castro dopo. Sebbene i risultati degli incontri sono emerse Politburo e cavi durante la crisi, i loro colloqui con il leader sovietico Nikita Krusciov prima e dopo potrebbe gettare nuova luce sul perché schierato le armi nucleari e quali lezioni hanno tratto da esso.

SEI – Nel suo libro del 1999, Ken Alibek, un disertore che era vice direttore del programma sovietico guerra batteriologica, ha detto che “scopo principale” dell’operazione “Flauto” KGB era quello di “sviluppare agenti biologici psicotropi e neurotropici ad uso del KGB in speciali operazioni, tra cui il ‘lavoro bagnato’ di omicidi politici “. Qual è stata la portata e la disposizione finale del Flauto?

SETTE – A partire dal 1981, Mosca ha inviato istruzioni urgenti per il KGB e del GRU, l’intelligence militare sovietico, per raccogliere informazioni su un possibile attacco nucleare degli Stati Uniti. Le istruzioni divennero note come RYAN, per Raketno-Yadernoe Napadenie (“attacco missilistico nucleare”). Oleg Gordievsky, un agente del KGB addetto allo spionaggio per conto degli inglesi, ha fatto trapelare l’operazione RYAN in Occidente, e i dettagli di RYAN finalmente sono stati pubblicati da Gordievsky e Christopher Andrew nel lavoro del 1990: “il KGB: The Inside Story”. Ma noi ancora non sappiamo come i leader di Mosca, in particolare la spia capo Yuri Andropov, che divenne segretario generale nel 1982, reagì ai rapporti in arrivo.

OTTO – Nei primi anni 80, i sovietici costruirono un massiccio bunker sotterraneo nel Urali conosciuto come “Grot”, apparentemente come bunker antinucleare adibito a posto di comando per le forze strategiche Rocket. I servizi segreti americani raccolsero informazioni secondo cui il bunker era in costruzione, ma il dato è stato a lungo avvolto nel mistero. Qual era lo scopo originario di Grot?

NOVE – A volte un segreto può essere nascosto in un mucchio di dati. Gli Stati Uniti furono perplessi per anni circa il peso reale degli ambiti di difesa e sicurezza per l’economia sovietica. Con sistemi diversi, valute, metodi e materiali, il costo di un serbatoio per lo Stato sovietico non era quasi certamente lo stesso negli Stati Uniti. Katayev stima che circa il 20 per cento dell’economia sovietica fu dedicata alla difesa (la CIA aveva stimato 15-17 per cento), ma ci sono molti aspetti imponderabili, da come calcolare il reale costo della manodopera e dei materiali in un’economia pianificata al fatto che le fabbriche di difesa sovietiche producevano anche cose come televisori e macchine da cucire. Quanto ha pesato la corsa agli armamenti per l’Unione Sovietica?

DIECI – Come è stata servita la dirigenza sovietica dai servizi segreti del KGB stranieri? Quando si trattava di capire l’Iniziativa di Difesa Strategica di Ronald Reagan, Katayev disse che il KGB aveva sempre sovrastimato la minaccia, perché l’agenzia aveva paura di sottovalutarla. Gordievsky ha dichiarato che i rapporti del KGB erano spesso riciclati da ritagli di giornale, perché non avevano più fonti. Quanto fu buona l’intelligenza del KGB?

TITOLO ORIGINALE:”Tutti i segreti dell’Unione Sovietica”

Pubblicato in: Achille Lollo, Aldo Moro, Anni di Piombo, Anticristianesimo, attentato a Giovanni Paolo II, BR, Brigate Rosse, Cesare Battisti, Cristianesimo, Esoterismo, Fanfulla da Lodi, Giovanni Paolo II, Italia, KGB, Libri, Lotta armata, Marxismo-leninismo, misteri, Misteri d'Italia, Occultismo, Omicidio d'Antona, Omicidio di Enzo Biagi, Partito Comunista Italiano, PCI, Pentacolo, Recensioni, Ruggiero Capone, Satanismo, Senza categoria, sequestro Moro, Simboli, Simbologia, Stella a 5 punte, Storia, Teodoro Klitsche de la Grange, Terrorismo rosso

BR ESOTERICHE: VIAGGIO TRA LE RAGIONI DEL MISTERO CHE DA SEMPRE SOTTENDONO IL TIRANNICIDIO(LIBRO)

Recensione di Teodoro Klitsche de la Grange
Ripensando gli “anni di piombo”
Di Teodoro Klitsche de la Grange
Recensione a: Ruggiero Capone, Br esoteriche, Pagine, Roma 2009, pp. 146, € 13,00.

Questo lavoro affronta con efficacia ed originalità la questione della etero-direzione delle Brigate Rosse, e sui collegamenti, interessi, complicità che hanno lasciato estese zone d’ombra ed interrogativi ancor oggi d’attualità, come le evidenti coperture (da Lollo a Cesare Battisti) di cui ancora fruiscono a livello nazionale e internazionale i terroristi degli “anni di piombo”.

Le tesi di Capone sono, essenzialmente due: la prima che le BR siano state dirette da un livello “superiore” neppure ortodossamente marxista – leninista e, insieme, dal KGB, con cui collaboravano gli altri servizi segreti degli Stati del Patto di Varsavia.

La seconda che gran parte delle tesi – e il comportamento complessivo in materia della stampa di sinistra – è stato determinato e indotto da precise strategie di depistaggio e disinformazione del KGB; per lo più rivolte – com’è logico – all’occultamento della direzione delle attività terroristiche.

Il tutto iniziava con le cosiddette “sedicenti brigate rosse” della metà degli anni ’70, proseguiva con i vari depistaggi durante e dopo il sequestro Moro e l’attentato a Giovanni Paolo II; continuava con l’affossamento per esaurimento dell’attenzione dell’opinione pubblica. Dovuto anche, dalla fine degli anni ’80 ad oggi, al collasso per implosione dell’Unione Sovietica e, in genere, del comunismo. Per cui, calata la tensione politica, si sono visti terroristi – di sinistra, è ovvio – assunti come consulenti da amministrazioni di sinistra.

Avverando così la profezia di Montanelli che avremmo avuto anche i reduci del terrorismo, con tanto d’impiego, trattamento previdenziale e magari, come il barone Fanfulla da Lodi, con l’inquadramento.

Anche questi episodi – ai limiti del grottesco – confermano tuttavia le comprensioni di cui il terrorismo ha goduto (e gode), anche nelle strutture dello Stato. Dovute sia alla direzione esoterica che a quella “politica” del movimento, ricollegabile a elementi del vecchio PCI in collegamento con i servizi segreti del blocco comunista.

Quanto alla direzione esoterica l’autore nota un particolare poco notato: che la stella (vuota) a cinque punte ed iscritta in un cerchio non è un simbolo comunista, ma è

(l’essenziale) del pentacolo, cioè del simbolo, d’importanza centrale in molte tradizioni esoteriche, e insieme dell’evocazione demoniaca. Il demonio – si può aggiungere – nella teologia politica cristiana, tutta rivolta all’ordine, ha il ruolo (e la funzione) del disordine. Il quale, in primo luogo, richiede la distruzione dell’autorità costituita. Come del pari assumeva significato fortemente anti-cristiano, “satanico” dalla contrapposizione al cattolicesimo, culminante nell’attentato al Papa, somma autorità della Chiesa.
A distanza di tanti anni, il riemergere – anche se della geometrica potenza del ’78 è rimasta solo la radice quadrata degli omicidi di D’Antona e Biagi – delle “seconde” BR può trovare spiegazione nel perdurare della direzione esoterica, sostanzialmente intatta da indagini e processi. Perché se le “prime” BR s’iscrivevano nel contesto del confronto tra comunismo e mondo libero, e in questo avevano una logica e una funzione, a comunismo crollato, uccidere per un’illusione falsificata della storia non ha senso. O, almeno, di sicuro non ha quel senso politico che aveva prima del collasso comunista. Ma può averne un altro che questo libro in parte indica e in altra suggerisce.

FONTE:http://spigolature-storiche.blogspot.it/2009/12/teodoro-klitsche-de-la-grange.html

Pubblicato in: Comunismo Psichico, Francesco Dimitri, Naum Kotik, Paranormale, Parapsicologia, psicotronica, Senza categoria, Storia, URSS

IL “COMUNISMO PSICHICO” E LA PSICOTRONICA NELL’URSS

Di Francesco Dimitri *

[¼] Nel corso della prima metà del Novecento era convinzione comune in Occidente che l’Unione Sovietica fosse immune dalla dilagante «febbre parapsicologica». Scettici e credenti erano d’accordo almeno su una cosa: un regime ateo e materialista non avrebbe mai consentito lo studio di telepatia e affini. Poteva forse esserci qualche ricercatore isolato, ma niente di più.

A partire dalla fine degli anni Cinquanta, e soprattutto nei Sessanta, si diffuse nel blocco occidentale l’ipotesi che la situazione potesse essere un po’ diversa: dopo la morte di Stalin iniziarono ad arrivare notizie che facevano pensare che l’Unione Sovietica fosse avanti negli studi di parapsicologia. Molto avanti. C’era forse il rischio di unopsichic gap? Tra le due superpotenze si instaurò una sorta di «corsa agli armamenti psichici», anche se fu ben lontana dall’avere le dimensioni che alcuni le vogliono dare. Sappiamo per certo che esistevano dei programmi americani volti allo studio delle eventuali applicazioni di intelligence dei poteri psichici, e pare assodato che anche in Unione Sovietica ci sia stato qualcosa di simile. È molto difficile, però, tracciare i contorni precisi di questa «corsa». Per quanto oggi quei tempi possano sembrare lontani, sono passati solo pochi decenni, e molti documenti dell’epoca sono ancora classificati come segreto. A questo bisogna aggiungere la considerazione che erano anni in cui le azioni di spionaggio e controspionaggio, e contro-controspionaggio, si susseguivano a ritmo vorticoso: l’attenzione rivolta alla cosiddetta «ricerca psi», dall’una e dall’altra parte della Cortina di Ferro, poteva forse essere un modo per nascondere altri progetti. Se dall’Unione Sovietica filtravano tutte queste notizie su telepati e psicocineti, era perché venivano davvero studiati in modo massiccio, o si trattava di semplice disinformazione? La risposta più probabile è: l’uno e l’altro insieme, anche se non è possibile dire quale fosse l’aspetto prevalente.

[¼] L’illusione secondo la quale essa non avrebbe potuto trovar posto in un Paese comunista era dovuta a un errore di prospettiva, dovuto al fatto che la parapsicologia occidentale nasceva in ambienti fortemente «idealisti»: molti dei primi parapsicologi avevano anche interessi religiosi e il tentativo di dimostrare l’esistenza della telepatia era spesso un modo per riportare i fenomeni spirituali sotto l’ombrello della scienza. In Unione Sovietica la parapsicologia nacque invece da una costola della biologia materialista. Essa assunse il nome di «psicotronica», che sembrava più adeguato ad una disciplina che si voleva asettica e assolutamente non idealista. È evidente che stiamo parlando ancora una volta di differenze retoriche più che sostanziali: comunque la si voglia mettere, spostare oggetti con la forza del pensiero o addormentare persone a distanza non sembrano azioni granché «materialiste». Ma se la biologia riusciva a trasformare gli ontani in betulle, perché non avrebbe dovuto trasformare i cervelli in radio?

Uno dei primi ricercatori psicotronici fu lo psichiatra Naum Kotik. Agli inizi del secolo XX portò avanti alcuni studi su una particolare energia prodotta dal cervello, l’«energia psicofisica», irradiata in quelli che lui chiamava «raggi N». Si tratta di una forma di energia in grado di superare ogni ostacolo e, soprattutto, di garantire la comunicazione telepatica. L’intero genere umano è legato da una ragnatela di raggi N, che rende possibili tutti i misteriosi fenomeni della psicologia di massa. Kotik era alla ricerca di una spiegazione materialista a un fenomeno apparentemente magico come quello della telepatia, e la trovava in una forma di radiazione biofisica: solo qualche anno prima erano stati scoperti i raggi X, quindi l’idea dei raggi N non sembrava affatto un’ipotesi peregrina. Essi non venivano generati da qualche ineffabile corpo di luce, erano semplicemente una nuova forma di radiazione fino a quel momento sconosciuta. L’ipotesi, come abbiamo visto, affascinò Gorky. Attraverso di lui l’idea dell’influenza psichica sulle masse divenne una delle fondamenta del realismo socialista.

E fu proprio il concetto di «influenza» a caratterizzare la psicotronica. Mentre la parapsicologia occidentale si interessava di lettura del pensiero e, successivamente, di visione a distanza, per la psicotronica il problema centrale fu sempre quello di riuscire non tanto a leggere quanto a influenzare le attività cerebrali altrui. Questo portò ad alcune differenze sottili e ad altre più grosse. La più evidente è che se negli esperimenti occidentali si diede importanza soprattutto a chi riceveva il messaggio psichico, in quelli sovietici se ne diede altrettanta, se non di più, a chi lo inviava. [¼]

Pubblicato in: Louis Aragon, Nazionalsocialismo, Nazismo, Pierre Drieu La Rochelle, Senza categoria, Storia, Victor Smirnov

PIERRE DRIEU LA ROCHELLE: TRA SIMPATIE COMUNISTE E COLLABORAZIONISMO FILONAZISTA, UN’ANIMA DIVISA TRA IL ROSSO E IL NERO

Di Valerio Alberto Menga
“Non c’è niente di più basso, come prodotto della democrazia, di un dittatore”.  P. Drieu La Rochelle
Luglio 1940, Diario di André Gide: “Se la dominazione tedesca dovesse assicurarci l’abbondanza nove francesi su dieci l’accetterebbero, e tre o quattro di loro col sorriso sulle labbra”. Pierre Drieu La Rochelle nacque a Parigi nel 1893 e vi morì, suicida, nel 1945. Fu, insieme a scrittori come Robert Brasillach, Georges Suarez e Louis-Ferdinand Céline, tra i pochi a pagare per il collaborazionismo con i tedeschi durante la Repubblica di Vichy. Brasillach e Suarez vennero fucilati. Céline dovette fuggire in Europa, scontare anni di carcere per poi rientrare in Francia nel dopoguerra ed essere privato dei suoi averi. Drieu, invece, si suicidò prevenendo il verdetto di condanna a morte. Romanziere, poeta, saggista, giornalista, drammaturgo, critico letterario, pamphlettista e infine studioso di religioni, Pierre Drieu La Rochelle – dato lo scomodo passato di collaborazionista – è entrato a far parte solo nel 2012 della prestigiosa collana franceseBibliothèque de la Pléiade, insieme ad autori come Molière, Stendhal, Proust, Chateaubriand e Hugo. Tutto il meglio della letteratura francese. Non vi è dubbio sull’adesione fascista di Drieu La Rochelle come sulle sue posizioni antisemite. Non sarebbe corretto e onesto negare tali verità come non sarebbe onesto tacere su una figura così importante per la cultura europea. I fascisti portano il suo nome come un fiore all’occhiello. Gli antifascisti lo bollano come mero antisemita e lo ignorano. Ma qui non si scrive per compiacere né gli uni né gli altri.
Nato in una famiglia borghese normanna dalle idee tradizionaliste, Drieu, sotto l’influenza del padre, cresce nel rimpianto e nell’amarezza della sconfitta del 1870. Dallo sguardo grave e dalle idee radicali, egli affronta la vita con lo spirito di un vinto fin dalla prima giovinezza. Bocciato all’esame di Scienze politiche, pensa al suicidio per la prima volta. Porterà a  compimento tale idea, sempre presente nei suoi romanzi, molti anni dopo, come un altro grande scrittore dal passato scomodo: Yukio Mishima. Partecipò alla Grande Guerra e ne uscì traumatizzato. Il dominio della macchina sull’uomo e l’ingresso delle masse nella storia sono gli elementi di novità che la tragedia bellica ha portato con sé. Davanti alla guerra di trincea, con i soldati costretti a strisciare nel fango, Drieu asserisce: “La guerra, un tempo, erano gli uomini in piedi. La guerra di oggi sono tutte le posture della vergogna”. Un’analisi molto simile ad un altro grande scrittore, dall’altra parte del fronte, come Ernst Jünger. La visione della vita per Drieu è decadenza. Tale idea si impossesserà di lui e attraverso tale lente guarderà il mondo e, soprattutto, l’Europa. Il suicidio non è altro che l’azione che segue, coerentemente, il pensiero. Si legge infatti nella prefazione del suo romanzo più importante Gilles: “Io mi sono trovato, come tutti gli scrittori contemporanei, di fronte a un fatto schiacciante: la decadenza. Tutti hanno dovuto difendersi e reagire, ciascuno a suo modo, contro questo fatto. Ma nessuno come me – salvo Céline – ne è stato chiaramente cosciente”. A pensarli fratelli, Drieu e Céline, – come nota Arnaldo Colasanti nella prefazione de La commedia di Charleroi – si direbbe troppo. Sono grandi perché restano incommensurabilmente figli unici, figli della solitudine, orfani dell’assenza. Ed è per questo che lo scrittore e giornalista Stenio Solinas li ha racchiusi entrambi, separatamente, nel suo splendido saggio Compagni di solitudine. Una educazione intellettuale. Ma anche per Drieu in Fuoco fatuo, come per Céline nel suo Voyage, la notte rappresenta il marcio e la decadenza dell’umanità. Principi delle tenebre entrambi, vedono la morte come vocazione.
Da giovane antiborghese rifiuta la democrazia, il parlamentarismo, il progresso e l’egualitarismo. In un articolo scrisse che “l’eguaglianza non è mai appartenuta a questo mondo: la vita stessa sorge dall’ineguaglianza. L’intelligenza del più forte è la sola giustizia conosciuta”. La sua idea della storia è tutta darwiniana e nietzscheana, la lotta del più forte e la volontà di potenza spingono l’uomo ad affermarsi. Rifiuta il mito progressista della macchina, “nata dalla pigrizia dell’uomo”, nel cui dominio – come giustamente nota Rodolfo Sideri nel suo Inquieto Novecento – vede tessere la ragnatela dell’egualitarismo che predispone un mondo di sbarre e di inferriate, che soffoca i desideri con la soddisfazione dei bisogni. Lo stesso antisemitismo da lui predicato si inscrive nel suo rifiuto del mondo moderno. Si legge a tal proposito in Gilles: “Ebbene! Io non posso sopportare gli ebrei, perché essi rappresentano per eccellenza il mondo moderno che io odio”. La loro religione, rimasta ferma a uno stadio arcaico, rappresenta al meglio la modernità in quanto “più le genti sono primitive più si gettano a corpo morto nel mondo moderno. Sono senza difesa”.  Il suo è un fascismo tutto particolare. Per Drieu, il fascismo significa “vivere con più forza”. Nel pamphlet politico Socialismo fascista spiega le ragioni della sua adesione al fascismo, in cui vide il solo strumento capace di frenare la decadenza dell’Europa. E’ però tentato in egual misura dai due opposti estremi: il comunismo e il fascismo, il rosso e il nero. Ma è in quest’ultimo che più si riconosce. Per lui pare valere la definizione di Victor Smirnov: “Il comunismo è un fascismo estremista, il fascismo è un comunismo moderato”. Nei romanzi Racconto segreto e I cani di paglia considera infatti la Russia sovietica come sicura erede del fascismo e padrona dell’Europa. Tra i suoi amici compaiono André Malraux (un comunista  divenuto poi gollista) e Louis Aragon (comunista anche lui).  Ne I cani di paglia il collaborazionista Brandy giunge alla conclusione che il nazionalsocialismo e la democrazia saranno schiacciati dalla Russia, e poi aggiunge: “il mio ideale di autorità e aristocrazia è in fondo nascosto in questo comunismo che ho tanto combattuto.  Verrò ammazzato dai comunisti con amara soddisfazione”. Ed è questo forse che lo porterà a dire, alla fine della sua vita: “Je meurs communiste”. Nella sua immaginaria autodifesa non ammette mezze misure: “Sì, sono un traditore, si sono colpevole d’intelligenza con il nemico…ho perduto. Esigo la morte”.
Per l’autore di Gilles “nulla si fa senza sangue. Bisogna morire incessantemente per rinascere incessantemente”. E, avvicinatosi all’induismo, morì con le Upanishad aperte sul tavolo da lavoro. Per andare lì, come scrisse in Racconto segreto, dove non c’è nessuno.
Pubblicato in: Alleanza Internazionale Socialdemocratica, Anarchismo, Associazione Internazionale dei Lavoratori, Filadelfi, Fratelli Internazionali, I Internazionale, Internazionale antiautoritaria, John Michael Greer, Karl Marx, Lega dei Comunisti, Lega dei Giusti, Lega dei Poscritti, Louis-Auguste Blanqui, Massoneria, Michael Bakunin, Rito di Memphis, Senza categoria, Società segrete, Storia

LA PRIMA INTERNAZIONALE E LE SOCIETÀ SEGRETE

Di Salvatore Santoru

La Prima Internazionale si aprì il 28 settembre del 1864 a Londra e univa diversi esponenti dei movimenti rivoluzionari di sinistra dell’epoca, dai socialisti ai mazziniani passando per i marxisti e gli anarchici(1).

Le Internazionali, secondo quanto scritto dall’autorevole saggista ed esoterista John Michael Greer(2), si rifacevano alla lunga tradizione di associazionismo radicale segreto, il quale poteva contare sulla collaborazione con diverse società segrete, contando che al tempo i movimenti rivoluzionari erano spesso legati ad esse sia per finalità mutualistiche che per l’avversione comune con il forte potere clericale.
Secondo quanto riportato da Greer, dietro la prima assemblea tenuta alla St. Martin’s Hall di Londra, vi erano i Filadelfi(3), che dagli anni 30 avevano assunto il controllo del Rito di Memphis della massoneria irregolare e dagli anni 50 avevano iniziato a stringere legami con politici e organizzazioni di estrema sinistra(4).
Durante il primo anno l’Associazione Internazionale dei Lavoratori(primo nome della I Internazionale) era sostanzialmente una copertura di questa società segreta e circa un terzo dei membri del Consiglio Generale ne era membro, sino a quando nel 1865 Karl Marx e i suoi alleati presero il controllo della stessa e scalzarono gli ultimi Filadelfi dalla sub-commissione del Consiglio Generale.
Per quanto riguarda Marx e i suoi seguaci, essi erano legati alla “Lega dei Comunisti”(5), un’organizzazione politica nata sulle ceneri della “Lega dei Giusti”(6), una società segreta politica nata nel 1836 da una branca della “Lega dei Poscritti”(7), una società segreta rivoluzionaria fondata nel 1834 a Parigi da esuli tedeschi.
C’è da segnalare a riguardo che la “Lega dei Giusti” si trasformò in “Lega dei Comunisti”(8) grazie all’influenza degli scritti di Marx (all’epoca giornalista), ed ebbe un fondamentale ruolo nella diffusione del pensiero marxista.
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In seguito, come riporta ancora Greer, i marxisti ebbero dissidi con gli anarchici guidati da Michael Bakunin(foto) e dai “Fratelli Internazionali”(9), società segreta fondata intorno al 1864 in Italia dallo stesso pensatore e rivoluzionario nonché ex massone forse deluso della stessa libera muratoria(10), e tale fratellanza creò come gruppo di copertura l’Alleanza Segreta, che a a sua volta venne coperta dall’Alleanza Internazionale Socialdemocratica, che nel 1868 fece richiesta di adesione alla I Internazionale ma venne respinta, ma nonostante ciò fu permesso alle sezioni nazionali della stessa di aderire alle strutture locali dell’Internazionale.
Con ciò, Bakunin e i suoi seguaci riuscirono ad assumere il controllo dell’Internazionale, ma dovettero scontrarsi con Marx e Auguste Blanqui(un tempo alleato di Bakunin), che alla fine ebbero la meglio e cacciarono gli anarchici nel 1872, e nello stesso anno questi ultimi crearono l’Internazionale antiautoritaria(11) come riposta all’Internazionale ufficiale.
In seguito, c’è da segnalare che anche tra Marx e Blanqui nacquero dei dissidi e l’organizzazione ebbe notevoli difficoltà, tanto che la seconda edizione si tenne solo nel 1889(12), e stando a quanto riportato da Greer, senza alcuna connessione con le società segrete.
NOTE:
(2)John Michael Greer-Dizionario enciclopedico dei misteri e dei segreti(Mondadori)pg 465
(4)Idem (2)
Pubblicato in: "Santa" Inquisizione, Alessandro Pellegatta, Antonio Labriola, Bava Beccaris, Chiesa Cattolica, Comunismo primitivo, Dolcino, Eresie, Federico Scaramuzzi, Fra Dolcino, Gherardino Segalello, Marxismo, Pietro Secchia, Senza categoria, Storia, Thomas Münzer, Valsesia

L’ERESIA DOLCINIANA, UN MOVIMENTO COMUNISTA PRIMITIVO

Di Alessandro Pellegatta

Parma, 18 luglio 1300. Sale al rogo Gherardino Segalello, il “giullare” “yidiota” fondatore dell’ordine degli Apostolici; ha alle spalle quarant’anni di attività, in cui ha predicato non senza successo il ritorno alla Chiesa delle origini contro la Chiesa scandalosamente ricca e corrotta del suo tempo, rifiutato la sottomissione alle gerarchie e agli ordini religiosi (gli Apostolici chiamano sé stessi “Minimi”, evidente provocazione verso i “Minori” francescani, accusati di aver deviato dai princìpi del loro fondatore), sostenuto la spoliazione dai beni terreni. Poenitentiagite è la sovversiva parola d’ordine che li accompagna, rivolta alle classi più basse e sottintende un rapporto diretto con dio praticando una vita di penitenza. Il 1300 è l’anno del primo Giubileo, indetto da Bonifacio VIII, con cui promette l’indulgenza plenaria dei peccati. La Chiesa grazie ai 200mila pellegrini raggiunge livelli di prestigio elevatissimi e raccoglie anche un’ingente quantità di elemosine. Non può perciò consentire che sopravviva chi mette in discussione sia la sua autorità che l’accumulo di ricchezza da parte degli ordini religiosi e delle gerarchie ecclesiastiche.

Al rogo assiste Dolcino, originario di Prato Sesia, che diviene la nuova guida degli Apostolici. Dolcino si porta a Bologna, quindi in Trentino (a Cimego si unisce a lui Margherita, che sarà la sua compagna), poi nella pianura bergamasca (di Bergamo è il suo luogotenente, Longino Cattaneo) dove viene coinvolto nello scontro dei ghibellini di Matteo Visconti con i guelfi; quindi raggiunge le porte della Valsesia.

La sua guida non solo garantisce la continuità del movimento, che conta ormai almeno 4mila seguaci, ma induce in un vero e proprio cambio di strategia.

FINO A QUANDO NON SARANNO DISTRUTTI DA ORRIBIL MORTE…

Dolcino eretico, Dolcino teologo, Dolcino autore di profezie.

Hàiresis, “eresia”, ovvero “la scelta”, ma il significato inquisitoriale è l’“errore” da perseguire. Il notevole lavoro di ricerca svolto dal Centro Studi Dolciniani a partire dal 1974 ci ha consegnato un’analisi approfondita (cui si rimanda) dell’escatologia di Dolcino e del suo raffronto con quella gioachimita.1 Dolcino riprende le teorie di Gioacchino da Fiore (Celico 1130 ca. – San Giovanni in Fiore 1202) e le profezie apocalittiche, comuni ai molti movimenti ereticali del suo tempo, ed in particolare della seconda metà del XIII secolo, le rielabora e le porta alle estreme conseguenze.

Secondo Gioacchino dalla prima età (del Padre) derivano in evoluzione lineare non traumatica le due successive (del Figlio e dello Spirito), alla fine delle quali l’uomo incontrerà dio senza mediazioni (sarà libero). Nella visione escatologica di Dolcino le età della chiesa sono quattro; la terza, che segue quelle dell’Antico Testamento (I) e di Cristo e gli apostoli (II, terminata col papa Silvestro e l’imperatore Costantino), ha determinato una frattura, con la chiesa di Roma (la “meretrix magna”) ed i prelati che, con l’eccezione del papa Pietro da Morrone (Celestino V), si sono allontanati dal modo di vivere dei primi santi. Questa era durerà “fino a quando chierici, monaci e religiosi non saranno distrutti da orribil morte”. La quarta è partita da Segalello, e ripristinerà il modus vivendi degli apostoli.

“Dolcino è un teorico della storia, un teologo e un esegeta, ha i tratti del “comunista scientifico” che basa la sua azione su una profezia, cioè su una visione dell’ineluttabile futuro. Alla credibilità del messaggio apostolico conferita da Segalello, Dolcino aggiunge la certezza della vittoria e un impianto culturale adatto allo scopo”.2

Nell’Inferno dantesco è Maometto ad affidare al sommo Poeta, che simpatizza per Dolcino, l’incarico di consigliare all’eretico di armarsi e procurasi viveri per resistere all’assedio che sta subendo sul monte Rubello.3

DOLCINIANI E VALSESIANI

Quando Dolcino arriva in Valsesia, gli abitanti della valle hanno alle spalle decenni di rivolte contro il giogo feudale. La Valsesia era stata usata di fatto dalla pianura come “merce di scambio” nel conflitto tra Vercelli e Novara. La pace del 1254 tra Milano, Pavia, Novara e Vercelli, con la conseguente spartizione, aveva assegnato a quest’ultima città il possesso della valle: “una vera e propria alleanza della pianura cittadina e feudale contro la montagna”.4 Sei anni dopo il rinnovo degli antichi patti dei Conti di Biandrate con Vercelli aveva inasprito la sottomissione della Valsesia, imponendo la cessione di tutti i beni a quegli abitanti che avessero voluto emigrare a Vercelli, ed una nuova tassa di mille lire pavesi.5 Il trattato di Gozzano del 1275, che concedeva ampia autonomia alla Valsesia, aveva accentuato le differenze tra la bassa valle e l’alta valle, quest’ultima più sensibile, per condizioni oggettive, al messaggio pauperistico e di liberazione sociale di Dolcino.

Nell’accattivarsi i valsesiani Dolcino, oltre ad un’intuizione “politica” legata alla necessità di sopravvivere, fa proprie le esigenze antifeudali della valle. Nella Valsesia a cavallo tra il XIII e il XIV secolo la proprietà della grande estensione terriera, dalle aree coltivabili ai boschi, è collettiva, la gestione viene decisa da assemblee di uomini liberi. Quest’assenza dello sfruttamento di classe è da ricondurre al fatto che la bassa resa del lavoro agricolo non garantisce un’eccedenza di cui appropriarsi monopolizzando i mezzi di produzione. “La comunità cristiana che Dolcino e Longino proponevano come precorritrice del “Regno”, è del tutto speculare, omologa a quella dei montanari, dove si riscontrano i medesimi valori fondamentali: solidarietà e fratellanza, comunione dei beni, rifiuto di ogni tipo di balzello (taglie o decime che fossero), parità uomo/donna, nessun servo e nessun padrone, ma Dio unico “Signore”, rifiuto del denaro”.6 Un’eresia che sostiene l’abolizione delle gerarchie, il rifiuto del versamento delle decime e del giuramento, dove il concetto stesso di penitenza si basa sul rapporto diretto tra uomo e dio “saltando” la mediazione sacerdotale, dove si sostiene che si può pregare meglio in un bosco o in una stalla piuttosto che in una chiesa consacrata, dove le donne al pari degli uomini interpretano le Scritture, predicano, combattono: regole e valori assolutamente inconciliabili con quelli della Chiesa cattolica, la cui autorità viene messa in pericolo.

Nel complesso e vasto panorama ereticale del medioevo l’esperienza di cui è fautore Dolcino nella “quarta età” che è già in corso assume tratti originali ed unici, attuando una comune ed organizzando l’autodifesa militare. Dunque un rifiuto dell’ “attesismo”.

Con la repressione militare la Chiesa cattolica ristabilisce i “valori” gerarchici ed oppressivi ribadendo la supremazia propria e dei feudatari, relegando la figura femminile ad uno stato inferiore ma soprattutto difendendo i propri privilegi terreni, la moneta.

TRATTI RIBELLI COMUNI NEL CORSO DEI SECOLI

Dolcino capo ribelle, Dolcino rivoluzionario, Dolcino grande stratega militare.

Si rifugia in Valsesia, resiste sulla Parete Calva, rompe l’assedio delle truppe vescovili con una marcia in condizioni estreme in mezzo alle nevi portandosi sul monte Rubello, e lì tiene la posizione con una strenua resistenza. Quanti uomini ha con sé per l’ultima battaglia? La forbice, secondo raffronti ed interpretazioni, va da quattrocento a millequattrocento tra uomini e donne, in numero calante a causa delle perdite non rimpiazzabili subite durante l’ultimo trasferimento tra i passi innevati ed in combattimento.7

Dunque risulta fondamentale l’appoggio fornito ai dolciniani8 dai montanari della Valsesia, fermamente e falsamente negato dai documenti ecclesiastici, senza il quale la resistenza non sarebbe stata possibile. Una regola comune, questa, che lega esperienze di guerriglia nel corso dei secoli: esperienze lontanissime, nello spazio e nel tempo, che però presentano affinità davvero notevoli. Come non trovare analogie tra Dolcino e Lucio Cabañas, capo della guerriglia contadina condotta sulla Sierra Madre del Sur, nel Guerrero (Messico) a cavallo tra gli anni ’60 ed i ’70, di aperta impronta pauperistica (Partido de los Pobres, Partito dei Poveri)? Un’esperienza di guerriglia (condannata alla sconfitta in quanto espressione di un modo di produzione arretrato nel contesto capitalistico, ed isolata dal proletariato urbano) condotta in un’area rurale poverissima a forte connotazione indigena, dove sopravvivevano forme assembleari e di coltivazione collettiva tramandate nei secoli proprio come nella Valsesia delle “vicinanze”, dove un movimento guerrigliero non avrebbe potuto agire con continuità senza radicarsi e ricevere l’appoggio delle comunità della Sierra. E non si trovano forse tratti comuni tra la resistenza dolciniana e la lotta antifascista sulle nostre montagne, riguardo solo al “supporto logistico” fornito dai montanari alle bande partigiane? Col terrore non si resiste a lungo, come dimostra anche l’ultima fase della resistenza dolciniana, privata del supporto delle popolazioni dei paesi a ridosso del Rubello.

DALLA RESISTENZA ALLA SCONFITTA

Dopo una permanenza a Campertogno, in fondovalle, i dolciniani si spostano sulla Cima delle Balme e quindi, in tarda estate del 1305, sulla Parete Calva. Il vescovo di Vercelli Ranieri Avogadro unitamente a quello di Novara lancia l’offensiva militare, i dolciniani sono assediati ma resistono, riuscendo a compiere incursioni improvvise contro il nemico, devastando chiese (ritenute il tempio dei farisei nemici del Vangelo) e le case delle autorità simbolo del potere cittadino, sequestrando il podestà di Varallo liberato dopo un forte riscatto. Dopo quindici mesi di resistenza i dolciniani attraversano i passi innevati con una marcia durissima e si portano nel biellese, sul monte Rubello, dove arrivano nel marzo 1306. Erigono palizzate, costruiscono fosse, pozzi e gallerie. Due mesi dopo gli eretici escono vittoriosi da una sanguinosa battaglia fingendo di ritirarsi, in realtà accerchiano il nemico che sale sulle posizioni che crede sguarnite. Nei mesi successivi gli eretici stretti d’assedio dai crociati dai balestrieri genovesi reagiscono effettuando rapide incursioni nelle linee nemiche approfittando della nebbia e della pioggia per procurarsi vettovaglie, saccheggiare e distruggere arredi sacri, campane e campanili eliminando in tal modo pericolosi segnali d’allarme e potenziali punti di avvistamento.9 Il papa Clemente V invia le bolle agli inquisitori lombardi, all’arcivescovo di Milano a Lodovico di Savoia ordinando di perseguitare Dolcino “figlio di Satana” e “nemico dell’umanità” con tutti i suoi. Arriva l’inverno ed è terribile, il vescovo fa evacuare ed incendia villaggi a ridosso del Rubello per isolare completamente gli eretici, stremati e alla fame. Nel marzo 1307 i crociati sferrano l’attacco decisivo, i dolciniani sono spossati e denutriti, ma combattono strenuamente fino al 23 marzo, quando capitolano. Dolcino, Margherita e Longino vengono catturati assieme ad altri centocinquanta prigionieri. Margherita potrebbe salvarsi abiurando ed accettando offerte di matrimonio di nobili biellesi, ma rifiuta. Per i tre è il rogo, dopo orribili torture.

IL MARXISMO E L’ESPERIENZA DOLCINIANA

In un passaggio del fondamentale testo sulla guerra dei contadini in Germania Engels scrive che nel medioevo “tutti gli attacchi generalmente mossi contro il feudalesimo dovevano rappresentare anzitutto attacchi contro la chiesa; tutte le dottrine rivoluzionarie, sociali e politiche dovevano essere al tempo stesso e prevalentemente eresie teologiche. Quindi per poter intaccare le condizioni sociali esistenti, bisognava toglier loro l’apparenza di sacro. L’opposizione rivoluzionaria contro la feudalità si svolge lungo tutto il medioevo. Essa si presenta, a seconda delle circostanze, come mistica, come eresia apertamente dichiarata, come insurrezione armata”.10

Engels distingue le eresie delle città da quelle dei contadini e dei plebei: le prime, dove prevale l’elemento borghese, si fermano al richiamarsi alla chiesa delle origini contro i privilegi del clero, mentre le seconde non si limitano a ciò bensì vanno ben oltre rivendicando l’eguaglianza tra nobili e contadini, cittadini e plebei, chiedendo l’abolizione di dazi e imposte, sfociando per questo spesso in movimenti insurrezionali. “Questa azione, intesa ad oltrepassare non solo il presente ma perfino il futuro, non poteva essere che violenta, fantastica e, al primo tentativo di pratica attuazione, doveva ricadere nei limiti ristretti che le condizioni dell’epoca permettevano”.11 Limiti che non possono che riguardare anche l’esperienza dolciniana: l’illusione di un’imminente liberazione attuata da un “nuovo Federico” che sterminerà il clero corrotto, dell’arrivo di un nuovo papa santo e dell’Anticristo. Dolcino condizionato dalla sua visione fantastica, Dolcino dalla parte degli “ultimi”, Dolcino “troppo moderno per la sua epoca, [il suo messaggio] troppo avanzato e rivoluzionario [..] mai avrebbe potuto vincere”. 12

Una vera e propria linea politica, quella dell’eresia dei contadini e dei plebei, che due secoli e mezzo dopo l’esperienza degli Apostolici troverà un’applicazione sul campo in Germania con Thomas Münzer (Stolberg, Harz 1489 ca. – Mühlhausen 1525) a capo delle insurrezioni contadine.

Gli studiosi dolciniani sostengono che l’analisi marxista del fenomeno ereticale, ed in particolare degli Apostolici, non sarebbe esente da limiti, in particolare partirebbe “da uno schema teorico generale (la concezione materialistica della storia) e prescindendo dall’analisi delle specificità”.13 La critica mossa parte però da un errore: essa viene formulata citando Pietro Secchia il quale, in un suo scritto del 1960,14 parla di Dolcino liquidando grossolanamente i termini del rapporto tra condizioni economiche e religione. L’errore consiste nell’accomunare al marxismo un personaggio come Secchia, che nulla ha a che fare col comunismo rivoluzionario, un “ortodosso” di stretta osservanza staliniana che ha scritto pagine tra le più infami contro le “eresie” “bordighiste” e “trotzkiste”. Non si possono far risalire le volgarizzazioni di un Secchia ad Engels!

Il fondatore del comunismo scientifico, pur ribadendo che le condizioni economiche rappresentano l’elemento determinante dell’evoluzione storica, stabilisce un punto fermo quando dice che esse non sono le sole cause attive; in ogni caso “l’evoluzione politica, giuridica, filosofica, religiosa, letteraria, artistica, ecc. poggia sull’evoluzione economica [dunque vi è] azione reciproca sulla base di una necessità economica che, in ultima istanza, sempre s’impone”.15 Inoltre negli scritti dei maestri del marxismo trova non poco spazio l’analisi tra proprietà e potere feudale.

Una critica che invece ha fondamento è quella di prendere atto dello scarsissimo livello di attenzione da parte della sinistra comunista nei confronti dei movimenti ereticali del medioevo, e di Dolcino in particolare: solo poche e sbrigative citazioni, in genere fatte di giudizi liquidatori su “pie illusioni”.

Per trovare un marxista che si soffermi su Dolcino occorre tornare ad Antonio Labriola, che eleva l’eretico valsesiano a martire ed anticipatore della storia.16

Per il movimento operaio e socialista, al contrario, il monte Rubello assume un forte significato simbolico.

Nel 1877 i sentieri già battuti dai dolciniani vengono ripercorsi dai capi della grande lotta degli operai tessitori del Biellese.17

Il 15 agosto 1895 oltre centocinquanta socialisti del Biellese si riuniscono sul Rubello per dare vita al “Corriere Biellese”.18

Nel 1898 ripercorre i sentieri dei dolciniani l’operaio cartario Federico Scaramuzzi, in fuga dalla repressione di Bava Beccaris.

Sei secoli dopo, nel 1907 viene attuata l’idea di costruire un obelisco di undici metri di altezza dedicato a Dolcino sulla cima del monte Massaro, adiacente al Rubello. Operai del Biellese prestano la propria opera volontaria, spesso dopo essere smontati dal turno di notte in fabbrica. I lavori terminano il 15 luglio; lastre di marmo assai pesanti con incisi i versi danteschi vengono trasportate sulla cima a dorso di mulo. L’11 agosto l’inaugurazione ufficiale, con 10mila persone giunte dal Biellese (con corse speciali della tranvia per Valle Mosso), dalla Valsesia e da altre parti d’Italia, con centinaia di bandiere rosse dei circoli socialisti e delle leghe operaie e contadine (ma non mancano quelle degli anarchici, dei repubblicani e dei massoni).

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.paginemarxiste.it/modules.php?name=Archivio&pa=showpage&pid=193

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