Pubblicato in: Aleister Crowley, Alesiter Crowley, Lev Trotski, Senza categoria, Storia, Thelema

LA POCO CONOSCIUTA LETTERA CHE ALEISTER CROWLEY SCRISSE A LEV TROTSKY

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Di Salvatore Santoru

Un’aspetto molto poco conosciuto della vita dello scrittore e occultista inglese Aleister Crowley e del rivoluzionario e militare sovietico Lev Trotsky è indubbiamente la lettera che il primo mandò al secondo, anche se da parte di Trotsky non vi fu alcuna risposta(1).
A quanto pare, Crowley avrebbe avuto intenzione di far “iniziare” il rivoluzionario sovietico alla religione crowleyana di “Thelema” ma non vi era interesse alcuno da parte di Trotsky.


La notizia della lettera è riportata,come sostenuto da “Hobo Calling”(1) dallo storico marxista Mike Davis(2) nonché dallo scrittore Colin Wilson(3) in “Aleister Crowley-La Natura Della Bestia”(4), come riportato dal CCSG(5) e da altri, tra cui lo studioso esperto di esoterismo Tobias Churton(6) nella biografia dedicata allo stesso Crowley(7), come si può leggere in un’estratto del libro disponibile su “Google Books“(8).

NOTE:

(1)http://hobocalling.blogspot.it/2016/12/nemici-di-alister-crowley.html

(2)https://en.wikipedia.org/wiki/Mike_Davis_(scholar)

(3)https://it.wikipedia.org/wiki/Colin_Wilson

(4)https://www.ibs.it/aleister-crowley-natura-della-bestia-libro-colin-wilson/e/9788868011123

(5)http://www.centrosangiorgio.com/occultismo/articoli/grande_bestia_666.htm

(6)https://en.wikipedia.org/wiki/Tobias_Churton

(7)https://www.amazon.com/Aleister-Crowley-Biography-Spiritual-Revolutionary/dp/1780283849

(8)https://books.google.it/books?id=NwVsewNm-TYC&pg=PT284&lpg=PT284&dq=CROWLEY+TROTSKY&source=bl&ots=EzX2SgE5qQ&sig=z2on7Wc56TFwkXEuOKDHnx_ckQk&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj_6NuFkoLSAhUCI8AKHQwUDq4Q6AEIMjAH#v=onepage&q=CROWLEY%20TROTSKY&f=false

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Pubblicato in: Leopold Trepper, Orchestra Rossa, Rote Kapelle, Seconda Guerra Mondiale, Senza categoria, Spionaggio, URSS

IL MISTERO DELL’ORCHESTRA ROSSA, LA RETE DI SPIONAGGIO SOVIETICA ATTIVA DAL 1920 AL 1945

Di Gabriele Zaffiri
Storia dell’Organizzazione spionistica sovietica denominata “Rote Kapelle” che operò nel cuore dell’ Europa dal 1920 al 1945.
La “Rote Kapelle” o l’Orchestra Rossa è stata la rete spionistica che l’URSS è riuscita ad organizza re in Europa con uomini che non erano del mestiere ma svolgevano il proprio pericoloso lavoro spinti soprattutto dalla loro fede politica. L’uomo che tenne le file di questa importante rete di spie al servizio dell’URSS fu l’ebreo polacco Leopold Trepper, alias Leila Domb, Eddy, Renè, Gilbert ed altre decine di nomi che assunse tra gli anni ’20 e la fine del secondo conflitto mondiale. Costui di estrazione sociale modesta ma di eccezionale intelligenza, nasce il 23 febbraio 1904 a Zakopane, in Polonia, ha studiato letteratura e storia all’Università di Cracovia, ma, dopo la morte del padre, interrompe gli studi.
Da allora fa di tutto: minatore, stagnino, manovale in fonderia, sindacalista, organizzatore di lotte operaie in Polonia, kibbutzim in Palestina, sguattero a Marsiglia, imbianchino a Parigi e infine agente segreto dell’URSS. In quest’ultimo ruolo vi giunge quasi per caso, infatti il suo amico Alter Strom, che è in realtà il braccio destro del più famoso capo della rete sovietica che opera a Parigi fin dagli anni venti, Fantomas, lo presenta a costui. In seguito, dopo aver seguito un corso a Mosca, è rimandato in Francia.
Nell’agosto del 1940 Trepper, che è stato nominato anche generale dell’Armata Rossa, è a Parigi, insieme ai suoi due aiutanti: Leon Grossvogel e Hillel Katz, i quali lo hanno aiutato a mettere su, in Olanda e in Belgio, la necessaria copertura. Grossvogel, un ebreo di Salisburgo, l’esperto in finanza ed organizzazione, riuscirà a mettere su a Bruxelles un’impresa di export che commercia in impermeabili.
Come direttore della ditta pongono Jules Jaspar, il quale ignora l’attività di spionaggio e che verrà utilizzato come copertura, infatti costui, già console belga in Indocina e Scandinavia, fratello dell’ex Presidente del Consiglio belga, è uno dei nomi più in vista della società belga dell’epoca. Gli agenti reclutati sono promossi “cassette delle lettere” e, affittato una decina di appartamenti, a Parigi, costoro verranno usati in compartimenti stagni.
Trepper, riesce in questo modo ad avvertire per ben due volte Mosca, la prima in forma dubitativa e la seconda in forma definitiva e certa, che il Terzo Reich si appresta ad attaccare l’URSS.
Ma nessuno gli presta ascolto, persino Stalin affermerà che Trepper era caduto in una grossolana
provocazione. Così le radio-trasmittenti di Trepper trasmettono a turno 5 ore per notte dall’Olanda,
dal Belgio e dalla Francia. Gli informatori di Trepper sono sparsi per tutta l’Europa, ma la principale
fonte risulterà Berlino. Infatti proprio lì da tempo agisce un gruppo antinazista, capeggiati da Harro
Schulze-Boysen e Harvid Harnack.
Il primo è il pronipote dell’ammiraglio von Tirpiz, è il protetto di Goering, è ufficiale della Luftwaffe e lavora al Ministero dell’Aria. Mentre Harnack ha un nonno teologo, suo padre è uno dei più noti critici letterari, ha uno zio storico del cristianesimo, lui è un economista.
E’ sposato con una insegnante americana e lui lavora al Ministero dell’Economia.
Di questa rete tedesca, fanno parte: Adam Kuckoff, direttore di una casa di produzione cinematografica; la moglie di Schulze-Boysen lavora al Ministero della Propaganda; altri lavorano, sparsi, in quasi tutti gli altri ministeri, addirittura un loro agente lavora perfino nell’ufficio decrittazione dell ‘ Abwehr, diretta dall’ammiraglio Wilhelm Canaris.
Praticamente il gruppo Shulze-Boysen lavora segretamente per l’URSS fin dalla presa del potere da parte di Hitler. Loro sono delle spie non per denaro ma per motivi politici, per combattere il nazismo. Ma i servizi del controspionaggio tedesco hanno sgominato l’Orchestra Rossa a Bruxelles e ad Amsterdam. Proprio nella sede di Bruxelles il controspionaggio tedesco trova l’indirizzo di tre agenti che operano a Berlino: Schulze-Boysen, Harnack e Kuckoff.
Così per il gruppo berlinese è la fine: il 31 agosto 1942 Schulze-Boysen e tutti gli altri vengono arrestati, torturati e processati. Ben 36 membri di tale gruppo spionistico vengono condannati a morte.
Intanto il capo cellula di Bruxelles, Yefremov, e quello di Marsiglia, Kent, accettano di passare dalla
parte dei nazisti. Fingendo con Mosca di essere miracolosamente scampati all’arresto, continuano
a passare le notizie fornite direttamente dalle SS, praticamente compiono quello che in gergo spio-
nistico è detto “doppio gioco”.
Anche se Mosca verrà avvertito che i due sono dei doppiogiochisti, essi non crederanno a che questo sia vero. E questo lo siede al fatto che le SS accettano di mandare tramite i due suddetti doppiogiochisti notizie vere ed importanti per avere la completa fiducia di Mosca. Poi il 24 dicembre 1942, dopo numerosi tentativi andati a vuoto, Lepold Trepper viene arrestato mentre si trova dal dentista.
In carcere viene trattato in modo amichevole, lui deve per forza di cose, fare il nome di qualche suo
agente per poter farsi credere che sia passato nel campo avversario. Giering e Berg della Gestapo
cadono nella trappola. E così viene a sapere che Himmler sta cercando di intavolare una pace separata con l’URSS per porre fine alla guerra. Quindi gli viene chiesto di contattare Mosca affinchè mandino a Parigi un suo altolocato emissario per trattare la pace.
Trepper finge di accettare a patto di far giungere tale messaggio tramite una certa Juliette, un agente (gli agenti sono chiamati all’epoca anche “pianisti”) della Rote Kapelle che è in stretto contatto con il partito comunista francese.I tedeschi a loro volta accettano. Ma all’appuntamento in una pasticceria, Trepper consegnerà a Juliette un altro messaggio in cui si affermava che Mosca doveva stare ben attenta a tentativi dei tedeschi di compromettere l’alleanza con gli anglo-americani e che dovevano esaminare la possibilità che a Mosca vi potesse essere un infiltrato che lavorasse per i nazisti. Poi il 13 settembre 1943 Trepper riesce ad evadere e dopo quasi un anno raggiunge Mosca.
Oramai il suo lavoro è terminato, l’Orchestra Rossa ha smesso di suonare, e la guerra volge al suo termine. Dopo vari anni di assoluto riposo, Trepper emigrerà in Israele.

FONTE:http://www.crimelist.it/index.php?option=com_content&task=view&id=543&Itemid=374

Pubblicato in: Antifascismo, Comunismo eretico, Italia, Mario Mineo, PCI, Praxis, Senza categoria

LA STORIA E IL PENSIERO DEL COMUNISTA ERETICO MARIO MINEO

Di Piero Volante

Antifascista militante tra la fine del ‘ 39 e il ‘ 40, Mineo (che sabato mattina sarà ricordato all’ Istituto Gramsci, ai Cantieri della Zisa, da Corradino Mineo, Renato Covino, Santina Cutrona ed Enrico Guarneri) aveva fatto parte di un gruppo formato, tra gli altri, dai fratelli Chiara, da Nino e Gino Cipolla, Nando e Michele Russo, Beppe Fazio. In una lettera inviata a Orazio Cancila il 16 maggio 1987, a poche settimane dalla scomparsa, scriveva: «Eravamo a sinistra ma senza precise posizioni…Diffondevamo il manifesto di Guido Calogero (sul liberal-socialismo) ed altra roba. Contestammo l’ antifascismo siciliano…». Il gruppo fu scoperto dalla polizia e molti furono arrestati tra l’ ottobre e il novembre del ‘ 41. Nel frattempo Mineo era stato richiamato sotto le armi. Si rividero nel maggio-giugno ‘ 43, fondarono il Fronte del lavoro. Vi facevano parte socialisti e comunisti, Mineo fu eletto segretario. Scioltosi il Fronte, nel ‘ 44 aderisce al Partito comunista. Viene nominato dagli alleati commissario per l’ epurazione. L’ anno successivo passa al Partito socialista e viene nominato a far parte della commissione per lo statuto della Regione Siciliana. Vi presenta una bozza che per «un colpo di mano» di Enrico La Loggia – come scriverà in una polemica lettera a Massimo Ganci il 10 ottobre 1966 – non è nemmeno discussa. Nella sua bozza di Statuto Mineo legava il tema dell’ autonomia allo sviluppo e ad una forma di pianificazione economica; nella bozza vincente voluta da La Loggia e che passerà alla Consulta con l’ avallo dei comunisti trionfa il punto di vista riparazionista che sgancia l’ intervento dello Stato dallo sviluppo ma lo lega all’ idea piagnona di un risarcimento dovuto alla Sicilia. La variante di Mineo scompare nella discussione e successivamente nel dibattito storiografico. Ritorna e con fatica dopo che Flaccovio pubblicò, con il sostegno della indimenticabile moglie Elena, gli “Scritti” di Mineo in ben otto volumi. Dario Castiglione, Enrico Guarneri, Renato Covino e io, che con Elena formammo il comitato editoriale, ci dedicammo a questa opera che ci ha impegnato quasi dieci anni – consegnando così Mineo all’ archivio della storia del movimento operaio italiano – perché ritenevamo che era nostro dovere evitare che un’ impressionante mole di lavoro di proposte di riflessione si cancellassero. E questo si badi non per la necessità di un risarcimento soggettivo che pur si doveva a Mineo, ma perché eravamo convinti che i suoi “Scritti” rappresentino la più estesa memoria critica teorica e militante di un esponente meridionale siciliano della classe dirigente dell’ opposizione italiana. Nel ‘ 46 rientra nel Partito comunista viene eletto deputato all’ Assemblea regionale per il Blocco del Popolo. Fa una sola legislatura e si dedica alla vita accademica come assistente di Economia politica presso la facoltà di Economia e Commercio. È del ‘ 47 un suo fondamentale saggio su Marx e Schumpeter in cui, caso isolato all’ interno del pensiero economico marxista in Italia e non solo, cerca di utilizzare sulla prospettiva di una teoria dello sviluppo capitalistico alcuni schemi fondamentali della teoria di Schumpeter in vista di una ricostituzione della teoria eco nomica marxista. Anche i suoi lavori economici rappresentano variabili cancellate del debole pensiero economico marxista italiano laddove si spingea simpatizzare coni keynesiani di sinistra che come lui vedevano nel tema dello sviluppo il nucleo essenziale della ricerca economica. Questa posizione gli costerà la bocciatura alla libera docenza, dopo di che decide di abbandonare l’ Università e di dedicarsi all’ insegnamento nelle scuole secondarie. A metà degli anni Cinquanta ritorna a fare politica attiva dentro il Pci ma ne uscirà definitivamente nel 1962. Nel 1965 aderisce alla IV Internazionale e fonda il Circolo Labriola che ha segnato un’ intera generazione. Nei suoi locali di via Costantino Nigra dove incontravi Enzo Sellerio, Leonardo Sciascia, Luigi Rognoni, Beppe Fazio, Vincenzo Tusa, Giacinto Lentini, molti di noi hanno imparato che coerenza e rigore sono qualità sia intellettuali che morali, sostanza del fare o anche semplicemente del parlare di politica. Nel 1968 fonda il Circolo Lenin per poi nel ‘ 70 aderire al Manifesto. Viene eletto consigliere comunale. Vi rimarrà una sola legislatura nel frattempo fonda la cooperativa Praxis dotandosi di una rivista alla quale chiama a collaborare molti simpatizzanti che già si pongono al limite del Manifesto. E il Manifesto, con la memoria recente della sua espulsione dal Pci, lo espelle. Sino al 1984 si dedica a Praxis e al suo gruppo e poi negli ultimi tre anni decide di rielaborare i suoi scritti. Mi sono diffuso sulla sua vita dentro e fuori le organizzazioni per chiarire quanto Vittorio Foa a Palermo nel 1989, in occasione della pubblicazione del primo volume degli Scritti di Mineo ci disse di Mario: «Se si pensa a Mario Mineo vengono in mente due categorie di pensiero e di azione politica: una è la coerenza,e l’ altraè l’ intransigenza. La coerenza è in sostanza la fedeltà all’ idea. Ma vi possono essere due modi di essere coerenti, due modi di essere fedeli. Uno di essere direttamente fedeli a una idea e di cercare di servire l’ idea verificandola nelle varie forme organizzative che in questa possono manifestarsi; un altro modo invece è quello di servire ed essere fedele all’ idea attraverso la fedeltà all’ organizzazione». Ebbene Mineo apparteneva al primo modo di essere coerente. Foa ci ricordò anche che un altro aspetto di Mario era l’ intransigenza intesa come «il coraggio di dire sempre quello che si pensa, di non mistificare il proprio pensiero per ragioni opportunistiche, di non nascondersi». E apparentò l’ intransigenza di Mineo a quella di Terracini, Lombardi, Ingrao.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/01/14/storia-di-mineo-comunista-eretico.html

FOTO:copertina della rivista “Praxis”,http://salvatoreloleggio.blogspot.it

ARTICOLO RIPRESO ANCHE SU https://informazioneconsapevole.blogspot.it/2016/04/la-storia-e-il-pensiero-del-comunista.html

Pubblicato in: Emilio Gentile, Estetica, fascismo, Nazismo, Senza categoria, Totalitarismo, URSS

ARTE DI REGIME: L’ESTETICA DEL TOTALITARISMO NOVECENTESCO

Totalitarismi uniti dall’arte
Di Emilio Gentile
 
Scriveva a metà degli anni Cinquanta lo storico tedesco dell’arte Werner Hoftmann: «Il totalitarismo è una denominazione comune sotto cui vengono a trovarsi in stretta vicinanza forme apparentemente opposte, come il bolscevismo della fase leninista-stalinista, il fascismo di Mussolini e il nazionalsocialismo di Hitler. La più evidente e sorprendente dimostrazione di questo loro intimo accordo, diretto contro la libertà umana, è proprio il fatto che quelle tre forme produssero la stessa concezione artistica. Lo stile artistico ufficiale dei Paesi totalitari è ovunque il medesimo».
Si era allora nella Guerra fredda, e il termine «totalitarismo» era usato soprattutto nella polemica anticomunista per identificare la Russia sovietica con la Germania nazista. Gli studiosi che non condividevano quella polemica o militavano nel comunismo, negavano qualsiasi affinità fra i due regimi, e taluni arrivarono fino a proporre la messa al bando del termine «totalitarismo» perché privo di validità storica e scientifica. Qualcosa di analogo avveniva nella storia dell’arte, dove tuttavia era più difficile negare le affinità estetiche fra i tre regimi, dove predominò il realismo e il monumentalismo classicheggiante per rappresentare la loro visione del mondo.
Solo dopo il 1990, con la fine del comunismo in Europa, la storiografia è tornata a riflettere sul totalitarismo con atteggiamento scientifico, considerandolo un fenomeno costituito dai regimi partito unico, senza per questo identificarli quasi fossero tronchi di uno stesso albero, ma esaminandoli piuttosto come alberi diversi, che crescendo in una particolare situazione avevano assunto caratteristiche simili.
È tuttavia significativo che la storia dell’arte sia stato il campo dove la riflessione comparativa fra i regimi totalitari si è avviata con maggior impegno, con l’organizzazione di mostre che illustravano la loro produzione estetica, come la mostra «Kunst und Diktatur 1922-1956», organizzata dalla Künstlerhaus di Vienna dal 28 marzo al 15 agosto 1994, e «Art and Power. Europe under the dictators 1930-1945», organizzata a Londra dalla Hayward Gallery dal 26 ottobre 1995 al 21 gennaio 1996, successivamente trasferita a Barcellona e a Berlino.
Queste mostre erano state precedute dalla pubblicazione di un importante studio comparativo sulla produzione estetica dei regimi totalitari, il libro dello storico dell’arte russo Igor Golomostock, L’arte totalitaria nell’Urss di Stalin, nella Germania di Hitler, nell’Italia di Mussolini e nella Cina di Mao (Leonardo, Milano 1990). Da allora si è sviluppato un nutrito filone di studi comparativi sull’arte totalitaria, nel quale si colloca il volume sull’arte di regime di Maria Adriana Giusti, docente al Politecnico di Torino e professore onorario della Xi’an Jiaotong University in Cina.
Senza apportare interpretazioni originali, e nonostante qualche svista (a pagina 16: Giuseppe Bottai non era ministro della Cultura ma dell’Educazione nazionale dal 1936), il volume offre un ricco apparato di immagini, purtroppo non collocate secondo una successione cronologica, che avrebbe consentito di percepire le variazioni di stile nelle diverse fasi dei tre regimi.
Per ciascun regime, le immagini sono divise in sezioni – arte, grafica, architettura – precedute da un’introduzione. Viene così efficacemente documentata la molteplicità delle espressioni artistiche totalitarie, dalla grafica e dal manifesto, alla pittura e alla scultura, al cinema, e soprattutto all’architettura e al progetto urbano che, scrive Giusti, «incidono profondamente sulla trasformazione degli spazi come espressioni multi-scala della visione totalitaria del regime… Le trasformazioni delle capitali, Roma, Berlino e Mosca sono al centro della strategia di affermazione del potere totalitario». Attraverso visioni oscillanti «tra la mitologia del progresso nelle avanguardie e l’antimodernismo nell’ortodossia della cultura di Stato», «filtra la sostanza utopica del sogno totalitario che proietta l’arte ben oltre la ricerca di efficacia realistica o di intenti persuasivi e mediatici».
Nella scelta dello stile estetico dei tre regimi, accomunati dalla concezione dell’arte come strumento di propaganda per diffondere fra le masse la propria ideologia, decisivo fu il ruolo dei loro dittatori, diversissimi per temperamento, formazione, cultura, e per l’atteggiamento verso la creatività artistica. Dei tre, l’unico che aveva ambizioni artistiche era Hitler, aspirante architetto mancato e mediocre pittore di paesaggi negli anni giovanili, e tuttavia convinto di essere un architetto geniale, con una concezione dell’arte condizionata da un convenzionale realismo ottocentesco e dall’ossessiva ideologia razzista.
Il capo nazista intervenne «pesantemente sulle attività artistiche, bandendo il modernismo internazionale e avvalendosi di un unico architetto e di un unico stile», mentre Stalin, che non aveva pretese artistiche ma si considerava comunque un «ingegnere di anime», impose il realismo socialista «come sintesi di cultura e potere, giungendo però al connubio tra costruttivismo e tradizionalismo».
Quanto al duce, Giusti lo definisce «più ambiguo nelle scelte, volte a esaltare tensioni, movimento, inarrestabilità degli impulsi, confidando nell’eloquenza dell’architettura come sintesi di tutte le arti e nella cinematografia come migliore arma di persuasione». Ma più che di ambiguità, si può parlare di eclettismo per un politico simpatizzante, fin da giovane, per le avanguardie moderniste, che sentiva affini al suo temperamento e al dinamismo fascista.
Osservando le espressioni estetiche dei tre regimi, dove si staglia ossessiva la figura del dittatore e prevalgono le scene di vita quotidiana animate dal corale entusiasmo di collettività operose e gioiose, non si ha tuttavia l’impressione di una piatta uniformità. Pur nella prevalente retorica del realismo, del gigantismo e del monumentalismo, la creatività individuale è riuscita a farsi strada, a emergere.
Siamo di fronte a una «contraddizione irrisolvibile» tra la libertà creativa e il condizionamento ideologico, come afferma Giusti; oppure siamo di fronte al fatto tutt’altro che contraddittorio, e molto più rattristante: e cioè, che la creatività artistica – anche quella di un grande artista – non è affatto incompatibile con l’adesione convinta al sogno totalitario di dominio e di manipolazione dell’uomo?
Il Sole 24 ore – 11 gennaio 2015

Maria Adriana Giusti
Arte di regime
Giunti, 2014
€ 49,00
 
Pubblicato in: Carlo Codevilla, Figli di Nessuno, Italia, Libri, Roberto Lodigiani, Senza categoria, Servizi Segreti, Stalin

LA STORIA DI CARLO CODEVILLA, LA ‘SPIA ITALIANA DI STALIN’

 
Di Roberto Lodigiani
Sembra ispirata alla trama di un romanzo di Le Carrè, e invece è la vita – vera – di Carlo Codevilla, lo ‘007 italiano di Stalin’. Uno studente piemontese divenne punta di diamante dei Servizi segreti sovietici e generale dell’Armata Rossa durante il secondo conflitto mondiale, sino alla morte misteriosa, avvenuta nel 1949 a New York, forse per mano degli stessi russi a cui aveva voltato le spalle per scegliere il mondo occidentale. Amico personale di Lenin e Trotsky, stretto collaboratore di Antonio Gramsci nell’esilio viennese, primo alto esponente dell’Internazionale comunista in Spagna alla vigilia della guerra civile, Codevilla riparò in Urss nel 1921 per sfuggire alla condanna all’ergastolo che gli era stata inflitta per essere stato implicato nell’assassinio di due militanti fascisti a Castelnuovo Scrivia, paese al confine fra la provincia di Alessandria e quella di Pavia.
Nacque così la storia del ‘Moro’, il tenebroso 007 italiano del Comintern, amato dalle donne e apprezzato dai suoi capi. Tutto, in quei primi anni nella patria del socialismo, pareva sorridergli, mentre il regime leninista studiava le tattiche per scatenare l’ondata rivoluzionaria nel resto d’Europa. I corsi da politruk, l’agente-commissario politico, a Leningrado. Poi le delicate missioni all’estero. Germania, Francia, l’Austria al fianco di Antonio Gramsci, forse anche l’Italia sfidando le ire e la vana caccia della Polizia mussoliniana.
Fra le imprese più rilevanti della sua carriera della ‘spia rossa’, spicca il rapimento di Miller, generale zarista che era riparato a Parigi dopo l’avvento al potere dei bolscevichi. Una missione che gli valse il conferimento dell’ordine di Lenin, la più alta onorificenza sovietica.
Il gruppo dei ‘Figli di Nessuno’ e lo scontro con i fascisti
Carlo Codevilla nasce a Tortona, la patria del campionissimo Fausto Coppi, il 20 maggio 1900, da Francesco e Regina Brigada, una donna originaria di Stradella (città di Agostino Depretis, lo statista inventore del ‘trasformismo’ parlamentare, e delle fisarmoniche). Il padre, artigiano, muore quando Carlo e il fratello Pallade (che si suiciderà nel 1927) sono ancora bambini; la madre si arrangia a fare l’ambulante al mercato. Il piccolo Carlo ha una lesione congenita alla gamba destra che gli procura una zoppia permanente, ma questo difetto fisico non gli impedisce di proporsi come un trascinatore fra i coetanei. Studente universitario a Pavia, aderisce al partito socialista ed è conquistato dalle posizioni più estremistiche. Al manifestarsi delle prime violenze fasciste, tra la fine del 1920 e l’inizio del ‘21, crea con altri compagni di studi il gruppo dei ‘Figli di Nessuno’, una sorta di Arditi del popolo in versione tortonese.
La condanna all’ergastolo e la fuga all’estero
Codevilla e i suoi amici si spostano su uno sgangherato camioncino ed è su questo mezzo che, il 15 maggio 1921, giorno delle elezioni politiche, arrivano a Castelnuovo Scrivia. La tensione in paese è altissima e ha già provocato una vittima, Giovanni Arona, ucciso a revolverate pochi giorni prima. Lo scontro fra il gruppuscolo comunista di Codevilla e le camicie nere è inevitabile. Nasce un conflitto a fuoco, nel quale cadono due simpatizzanti del fascio locale, Giuseppe Torti, 22 anni, e Raimondo Suigo, 24. Del duplice omicidio vengono accusati, oltre a Codevilla, altri tre ‘Figli di Nessuno’: Felice Roffredo, Giuseppe Lombardi e Guglielmo Pagani. Un anno più tardi, la Corte d’Assise del tribunale di Alessandria li condanna all’ergastolo. Ma, al momento della sentenza, Carlo e i suoi compagni sono già al sicuro all’estero. Codevilla, dopo i fatti di Castelnuovo, ha raggiunto Torino per sottrarsi alla cattura. Da lì, con l’aiuto di due ferrovieri comunisti, è espatriato clandestinamente, raggiungendo Vienna, Berlino e infine Leningrado, città-simbolo del neonato regime bolscevico.
Agente sovietico, amico di Lenin e Trotsky 
Dall’antica capitale degli zar, Codevilla si sposta presto a Mosca, roccaforte del nuovo potere rosso. Qui conosce Lenin e Trotsky, il teorico della rivoluzione permanente, di cui è grande ammiratore. Gramsci lo vuole con sé a Vienna, dove sta preparando il congresso del Pcd’I, poi spostato a Lione. Ma i dirigenti bolscevichi, colpiti dalla sua ferrea determinazione, dalla cieca fede comunista, lo richiamano presto nel paese dei soviet, decisi a trasformarlo in un agente dei servizi segreti e del Comintern, l’Internazionale rossa. L’ex studente tortonese frequenta una scuola speciale di spionaggio dell’Nkvd, il Kgb dell’epoca, impara sei lingue, apprende i ‘segreti’ del mestiere di spia. Nel 1925 torna per la prima volta, clandestinamente, in Italia dopo la fuga precipitosa di quattro anni prima. Rivede lo zio Luigi, un vecchio socialista trasferitosi ad Acqui, e mamma Regina.
La missione in Spagna
Carlo è ormai pronto per incarichi delicati. Nel 1935, mentre già si profila lo scontro fra repubblica e franchisti, viene mandato in Spagna. Il suo compito è quello di ricompattare le forze di sinistra sotto le insegne del Comintern, isolando gli anarchici e i trozkisti del Poum. La guerra civile scoppia nel 1936: Codevilla rischia di essere catturato a Salamanca dai falangisti e nel ’37, quando si profila la vittoria del caudillo e delle destre, spalleggiate da Mussolini e Hitler, viene richiamato in Urss.
Tra la fine degli anni Venti e l’inizio dei Trenta, si decide anche lo scontro di potere all’interno del partito bolscevico, scatenato dalla morte di Lenin, con un solo vincitore, il georgiano Josif Stalin, che comincia a costruire la sua dittatura, immersa nel sangue dei vecchi compagni e nel terrore poliziesco. La rivoluzione divorava i suoi figli. I grandi processi di Mosca che travolgevano, uno dopo l’altro, gli eroi dei suoi anni giovanili, gli arresti indiscriminati che facevano sparire nel nulla migliaia di innocenti, il meccanismo inesorabile della repressione del dissenso che stritolava anche i suoi antichi compagni della lotta antifascista acuirono la sua crisi di coscienza ed esistenziale, come ebbe a testimoniare l’amico Simonelli incontrato a Parigi, anche se il ‘Moro’ non mosse un dito per salvare i vecchi amici tortonesi, travolti dalle purghe staliniane, o almeno per intercedere per essi, come pure, forse, avrebbe potuto fare, nella sua posizione di alto ufficiale dei servizi segreti e dell’Armata Rossa.
Nome in codice ‘Carlos’. Il caso Miller
Uno degli episodi più oscuri della carriera di Codevilla (nomi in codice ‘Carlos’ e ‘Pablo’). Miller è un generale zarista che dirige a Parigi un’associazione di nostalgici della monarchia. L’Nkvd decide di rapirlo. Affida la missione a due ufficiali, uno dei quali, che si spaccia per il colonnello tedesco Weber o Werner, addetto militare dell’ambasciata nazista, è con ogni probabilità lo stesso agente tortonese. Miller muore nelle fasi concitate del rapimento, ma Mosca apprezza comunque il lavoro di Carlos, decorato con l’Ordine di Lenin.
Dal Piemonte alle rive del Don
Giugno 1941. Hitler straccia il patto di non aggressione Ribbentrop-Molotov e dà il via all’operazione Barbarossa: l’invasione dell’Unione Sovietica. Il Cremlino, dopo l’iniziale smarrimento e le batoste che portano la Russia sull’orlo del disastro, mobilita tutte le energie contro l’aggressore. Codevilla è nominato generale dell’Armata Rossa e diventa commissario politico (i commissari sono i garanti del partito comunista all’interno delle forze armate). È in questo scenario che avviene l’incontro fra il generale Codevilla e alcuni soldati tortonesi, fatti prigionieri dai sovietici a Gorlovka, sul fronte del Don, nel settembre del 1941. Uno di essi è Guido Carca: la vicenda è rievocata nel libro di Osvaldo Mussio, Tra lo Scrivia e il Po – Uomini ed episodi della Resistenza. Codevilla, commosso, fa liberare i suoi ex concittadini dietro la promessa di consegnare un biglietto di saluti all’anziana madre.
Il ‘Moro’ nella bufera del Grande Terrore. Fuga in Occidente
L’uomo con le spalline da generale e il monocolo era profondamente diverso dal ragazzo idealista di vent’anni prima: era diventato un’abile spia, scaltro abbastanza da passare indenne attraverso la bufera del Grande Terrore. Si scorge sempre la sua ombra sullo sfondo, quando i servizi segreti russi raggiungono buoni risultati, a Parigi come a Città del Messico. Ma non c’era più la spinta dell’ideale a sorreggerlo, sparita la ‘vocazione’ degli esordi, consumata a poco a poco nel duro confronto con la realtà quotidiana. E non appena gli capitò l’occasione, offertagli su un piatto d’argento dai suoi stessi superiori, il ‘Moro’ non esitò a coglierla al volo per spiccare il grande balzo verso Occidente. Il distacco dal passato era ormai completo. Adesso, era pronto a contrattare il prezzo del suo tradimento. Sono gli anni della fortuna, dei soldi facili, degli incontri con le eleganti e sofisticate dame newyorchesi, così diverse dalle scombinate e improbabili ragazze della rivoluzione. Ma il ‘Moro’ non si fa illusioni. Sa che presto o tardi si farà avanti un’altra spia senza scrupoli a regolare i conti con lui. E così accade.
La fine misteriosa. Esce di scena con un dono
‘Carlos Codevilla – All for the Automobile’. Questa scritta si poteva leggere sull’appartamento 813 di un grattacielo di Wall Street, a New York. Smessi i panni della spia, Codevilla a guerra finita aveva indossato quelli del venditore. Una copertura per proseguire l’attività spionistica negli States, sempre al servizio di Mosca, oppure il segno di una reale svolta nella sua vita e del taglio netto con il suo passato di fedele servitore del regime sovietico? Forse non lo sapremo mai, anche se si ipotizza di suoi contatti con ambienti socialdemocratici di Tortona, che lui avrebbe sondato per preparare il passaggio di campo con l’Occidente e il futuro ritorno in Italia. Sta di fatto che Codevilla non rimise più piede nella ‘Patria del socialismo’, la sua terra adottiva. Un giorno d’inverno del ’49, uscendo dall’ufficio, fu pugnalato alla schiena da due sconosciuti, forse emissari che volevano punirlo per il suo tradimento. Codevilla riuscì a cavarsela, ma l’aggressione peggiorò le sue già precarie condizioni fisiche. Il 17 agosto 1950, alle nove del mattino, la morte dopo una lunga agonia. L’ultimo suo gesto fu un gesto di generosità: Codevilla, ormai senza parenti prossimi, dopo il decesso del fratello e della madre, lasciò tutti i suoi averi – circa venti milioni di lire dell’epoca – all’orfanotrofio di Tortona. L’uomo esce di scena con stile, donando almeno parte di ciò che ha guadagnato.
L’autore
Roberto Lodigiani è nato a Broni (Pavia) il 7 maggio 1962. Laureato in Lettere moderne all’Università di Pavia con una tesi di Storia contemporanea, è giornalista professionista. Lavora come vicecaposervizio del settore Province al quotidiano «La Provincia pavese». La spia di Stalin. La vera storia di Carlo Codevilla, è il titolo del suo libro, pubblicato da Ugo Mursia Editore, biografia dello studente tortonese diventato agente dei servizi segreti sovietici tra gli anni Venti e Trenta dell’inquieto Novecento.

FONTE: https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/storie-di-spie/carlo-codevilla-la-spia-di-stalin.html

ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU https://informazioneconsapevole.blogspot.it/2016/08/il-mistero-di-carlo-codevilla-la-spia.html

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CULTURA POLITICA E CULTURA ESOTERICA NELLA SINISTRA RUSSA(LIBRO)

FONTE:http://www.frontedellessere.org/product.php?id_product=38

Le componenti esoteriche nel pensiero politico russo rivoluzionario e populista

Con una presentazione del politologo Giorgio Galli

Editore: Società Editrice Barbarossa
Autore: Nicola Fumagalli
Anno: 1996
Pagine: 312
Sezione: Storia
Argomento: Socialismo e comunismo
Prezzo:14,50 € (I.I.) 

Pubblicato in: Alien Dissident, Alieni, Associazione Astronauti Autonomi, Astronauti Autonomi, Austronauti Autonomi, Centri Sociali, Centri Sociali Occupati, Centro Italiano di Studi Ufologici, Centro Ufologico Nazionale, CISU, Collettivo Men in Red, Confederazione Intergalattica, Contattismo, contattismo autonomo, CUN, Dante Minazzoli, Estrema Sinistra, Extraterrestri, Men in Black, Men in Red, MIR, Post-situazionismo, Prima Direttiva, Riccardo Balli, Senza categoria, Sinistra Alternativa, Sinistra Radicale, Situazionismo, Star Treck, Ufologia, Ufologia marxista, Ufologia radicale

IL COLLETTIVO “MEN IN RED” E GLI ASTRONATI AUTONOMI

FONTE:http://www.cesnur.com/i-movimenti-dei-dischi-volanti/dagli-astronauti-autonomi-ai-men-in-red/

Men in Red (MIR) Collettivo di Ufologia Radicale
E-mail: mir@kyuzz.org
URL: www.guerrigliamarketing.it/mir

Il panorama descritto in questo capitolo non sarebbe completo senza un accenno all’Associazione Astronauti Autonomi (oggi non più attiva) e ai Men in Red. Rigorosamente materialisti, entrambi potrebbero risentirsi per essere menzionati in un’enciclopedia dedicata alle esperienze, lato sensu, “religiose”: ma, avendo mostrato di essere anche dotati di un notevole senso dell’umorismo, potrebbero anche prendere la cosa con filosofia e comprendere le ragioni del nostro cenno.

L’Associazione Astronauti Autonomi (AAA) è esistita quale esperimento post-situazionista, tramite una rete di gruppi di intellettuali e artisti legati al mondo del Web e provenienti da varie nazioni, impegnato a studiare lo Spazio in quanto nuova frontiera di suggestioni per la cultura antagonista. Fondata il 23 aprile 1995 in Inghilterra e in seguito articolatasi in quaranta gruppi in diversi Paesi (Austria, Danimarca, Francia, Olanda, Svezia, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Italia) non nasce in ambiente ufologico, ma aveva una componente apocalittica, in quanto riteneva che “i giorni che rimangono al mondo come lo conosciamo siano attualmente contati”, e l’unica salvezza consistesse nel costruire astronavi e abbandonare il Pianeta Terra. Questo esito è impedito dal capitalismo internazionale, che controlla e monopolizza l’astronautica; tuttavia, i costi delle tecnologie avanzate tendono a scendere e questo rende concretamente possibile spezzare il monopolio e costruire in proprio astronavi in modo autonomo e autogestito.

Lo spazio è poi presentato – non senza toni volutamente auto-ironici, ma assicurando sempre che l’astronautica autonoma è “una cosa seria e reale” – come un luogo del tutto libero, dove saranno possibili – come assicurava il sito Internet dell’associazione, anch’esso non più attivo – “sesso in gravità zero (molto più piacevole di quello sulla Terra), rave parties nello spazio (dove non arrivano gli sbirri), studi di registrazione in orbita (ottima acustica), video nello spazio (non necessariamente video spaziali!), e partite di calcio a tre porte”, queste ultime per sviluppare “una capacità essenziale all’astronauta spaziale: ovviamente, quella di muoversi in più direzioni contemporaneamente”. In fondo – secondo lo slogandell’associazione – “solo coloro che tentano l’impossibile realizzeranno l’assurdo”, anche se al termine del “piano quinquennale” 1995-2000 che avrebbe dovuto portare al lancio delle prime astronavi autonome, l’AAA ha cessato le proprie attività, che in Italia erano dirette dall’artista Riccardo Balli, nato nel 1972.

L’esperienza del collettivo politico Men in Red (“Uomini in rosso”, contrapposti aimen in black dell’immaginario ufologico, in sigla MIR – che è anche il nome, dalla parola russa per “pace”, della stazione spaziale sovietica lanciata nel 1986, e l’acronimo del Movimiento de Izquierda Revolucionaria cileno), nato a Roma nel 1991 in collegamento con l’ambiente dei Centri Sociali, si situa invece decisamente sul terreno dell’ufologia, ma di una ufologia “radicale” e militante. Il punto di partenza del collettivo è costituito dalle teorie dell’ufologo marxista argentino Dante Minazzoli (a sua volta guerrigliero rivoluzionario, rifugiatosi poi in Francia) sull’esistenza di alieni pacifici (che provengono da una società senza classi spaziale e che rispettano però la “Legge Cosmica” secondo cui civiltà evolute non devono interferire negli affari interni di civiltà inferiori come la nostra) e insieme di altri alieni aggressivi, che pure visitano occasionalmente la Terra. I MIR condividono gran parte dell’analisi di Minazzoli, ma – a differenza dell’ufologo argentino – negano le visite alla Terra di alieni “aggressivi” ritenendo che di una tecnologia veramente avanzata possano disporre solo società pacifiche e senza classi (la tecnologia terrestre attuale è falsamente presentata come avanzata anche attraverso la diffusione su scala planetaria di notizie inventate, come sarebbe stata quella dello sbarco di uomini sulla Luna, in realtà un gigantesco “montaggio” della disinformazione capitalista). I resoconti su alieni “ostili” sono poi sospetti e in gran parte riconducibili al potere dominante.

L’ipotesi alternativa dei MIR è che – accanto all’Alien Nation maggioritaria che rispetta la “Legge Cosmica” di Minazzoli (che i MIR chiamano, con Star Trek, “Prima Direttiva”) – sia presente fra gli extraterrestri anche un movimento Alien Dissident che simpatizza con i terrestri e vuole aiutarli a uscire dal presente stato di barbarie capitalista in modo che possano entrare nella Confederazione Intergalattica. La maggioranza dei contattisti (anche se Adamski è rivalutato) secondo i MIR non è credibile, pure se ha il merito di rompere gli schemi dell’ufologia “ufficiale”, che cerca di monopolizzare il terreno ufologico, rivendicando il diritto a un rapporto “autogestito” con gli alieni. Il “contattismo autonomo” che i MIR propongono ha lo scopo di entrare in relazione con il movimento Alien Dissident, non attendendo tuttavia fatalisticamente la salvezza dai “compagni dello spazio”, ma nel frattempo operando per costruire le condizioni di una manifestazione pubblica degli extraterrestri, legate a una liberazione dalla barbarie del capitalismo. I MIR sono usciti allo scoperto in occasione del VI Simposio mondiale di Ufologia tenuto a San Marino il 4 aprile 1998, “occupando” il palco con uno striscione “UFO al popolo” e inserendosi nella dialettica fra CUN (Centro Ufologico Nazionale) e CISU (Centro Italiano di Studi Ufologici), criticando entrambi.

In seguito a Roma compaiono adesivi con gli slogan “Contro il capitale ufologia radicale” e “Ufologi borghesi avete solo pochi mesi”. Successivamente i MIR sono entrati in polemica anche con l’AAA – che ha risposto per le rime – e i due gruppi si sono accusati a vicenda di “millenarismo” e di fuga dalla realtà terrestre da cambiare in direzione di scenari spaziali più o meno improbabili. Anche questo dibattito, per quanto acceso, contribuisce alla crescita di un movimento che ha una sua consistenza e visibilità nell’ambiente dei Centri Sociali e della sinistra “alternativa” e che mostra come, dopo la caduta del comunismo sovietico, non manchi chi crede che un comunismo vittorioso e duraturo si sia invece affermato, se non sulla Terra, nei lontani domini della Confederazione Intergalattica. I membri del collettivo politico Men in Red, pur mantenendo attiva una casella e-mail, sembrano essere entrati negli ultimi anni in una fase che in altri contesti potrebbe essere definita come una “messa in sonno” dell’organizzazione, che non esclude futuri “risvegli” o nuove iniziative, magari – com’è nello stile del gruppo – “a sorpresa”.

B.: Per l’AAA cfr. Riccardo Balli, Anche tu astronauta: guida all’esplorazione indipendente dello spazio secondo l’Associazione Astronauti Autonomi, Castelvecchi, Roma 1998. Di Dante Minazzoli: Perché gli extraterrestri non prendono contatto pubblicamente, Nuovi Autori, Milano 1989. Dei Men in Red: Ufologia radicale. Manuale di contatto autonomo con extraterrestri, Castelvecchi, Roma 1999; e i due numeri di MIR Men in Red. Rivista di ufologia radicale (aprile 1998 e inverno 1998).

 

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IL COSMISMO E IL CONCETTO DI “NOOSFERA” ELABORATO DA VLADIMIR IVANOVIC VERNADSKY

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=15193435

Il cosmismo è una corrente filosofica sviluppata nell’unione sovietica sulle teoria di Nikolai Fedorovic Fedorov, i cosmisti erano una setta minoritaria derivata dalla gnosi cristiana ortodossa.
Secondo Federov, la morte è il male assoluto da abbattere, alla morte antepone la resurrezione che deve essere compiuta dall’uomo nuovo figlio del progresso (il proletariato nella visione sovietica) mediante mezzi scientifici, tramite i quali si avrà il dominio della natura, l’immortalità, la resurrezione degli antenati e la colonizzazione dell’universo.
Il concetto della resurrezione, con molta probabilità, influenzò molto l’applicazione della pratica dell’imbalsamazione che avrebbe dovuto tenere i corpi in condizione di risorgere, lo stello Lenin, venne imbalsamato e applicato a un macchinario in modo da non far decomporre il corpo.
Sembra tutto così paradossale, i sovietici, atei e razionalisti, che si danno allo gnosticismo e all’esoterismo, invece grazie a questa visione scientifica e razionalista della gnosi cosmista, che teorizzava la materia come metafisica del corpo e non dell’anima, il cosmismo fu molto in armonia con la visione materialista e atea del socialismo.
Secondo le teorie di Federov, l’uomo avrebbe dovuto praticare dei viaggi nel cosmo in modo tale da trovare dei mondi dove esprimere il sogno socialista dell’egualitarismo.
Jurij Alekseevič Gagarin, il primo uomo andato nello spazio, disse queste parole quando uscì dall’atmosfera: “sono in cielo e non vedo nessun dio, ringrazio il cosmismo e Federov se oggi sono qui”.
Oggi esiste ancora una società cosmista, sebbene il regime sovietico sia caduto, gestita dalla cugina di Gagarin.

Un concetto fondamentale del cosmismo è quello della noosfera:

Il termine noosfera indica la “sfera del pensiero umano” e deriva dall’unione della parola greca νους (“nous”), che significa mente, e della parola sfera, in analogia con i termini “atmosfera” e “biosfera”.

Nella teoria originale di Vladimir Vernadsky, la noosfera è la terza fase dello sviluppo della Terra, successiva alla geosfera (materia inanimata) e alla biosfera (vita biologica). Così come la nascita della vita ha trasformato in maniera significativa la geosfera, così la nascita della conoscenza ha trasformato radicalmente la biosfera. A differenza di quanto affermato dai teorici dell’ipotesi Gaia (elaborata nel 1979 da James Lovelock e Lynn Margulis) o dagli studiosi del cyberspazio, la noosfera, secondo Vernadsky, emerge nel momento in cui l’umanità, attraverso la capacità di realizzare reazioni nucleari, in grado di trasformare gli elementi chimici.

Per Pierre Teilhard de Chardin, la noosfera è una specie di “coscienza collettiva” degli esseri umani che scaturisce dall’interazione fra le menti umane. La noosfera si è sviluppata con l’organizzazione e l’interazione degli esseri umani a mano a mano che essi hanno popolato la Terra. Più l’umanità si organizza in forma di reti sociali complesse, più la noosfera acquisisce consapevolezza. Questa è un’estensione della Legge di Complessità e Coscienza di Teilhard, legge che descrive la natura dell’evoluzione dell’universo. Pierre Teilhard de Chardin sostenne, inoltre, che la noosfera sta espandendosi verso una crescente integrazione e unificazione che culminerà in quello che egli definisce Punto Omega, che costituisce il fine della storia.

Alcuni studiosi hanno visto Internet come un processo che sta realizzando la noosfera e per questo Teilhard de Chardin viene a volte considerato il santo patrono di Internet.

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IL SUPRAMORALISMO DI NIKOLAJ FEDOROVIC FEDOROV

 ” Supramoralismo è un problema sacro e naturale per tutti i figli, e soprattutto per coloro che credono nel Dio dei loro padri. Infine, supramoralismo è il problema più naturale per tutti gli esseri razionali, poiché la morte è causata da una forza irrazionale. Pertanto tutti i viventi, tutti i figli e le figlie, tutti gli esseri razionali, devono prendere parte alla soluzione del problema, il compito di restituire la vita. È infatti un dovere morale naturale trasformare l’astratto “Perché esiste l’esistente?” in conoscenza ed arte vivente, non in riproduzioni di morti, ma in realtà viventi e nella conoscenza della vita di tutto il passato, di tutto ciò che è esistito. ” *

Fëdorov, dunque, fonda un’etica particolare, o supramoralismo, come lui stesso lo chiama che deve fondarsi su tre elementi essenziali: L’uomo, Dio e la Natura fusi sinteticamente tra loro. L’uomo essere razionale è guidato dalla volontà di Dio e nello stesso tempo egli guida le forze naturali. L’individuo non deve agire né per sé, né per gli altri, ma con tutti e per tutti, con l’unico scopo di volgere le forze alla risurrezione degli antenati, che avrebbero atteso di rivedere la luce del sole in un ipotetico cimitero mondiale (mirovoi nekropol), situato nelle regioni gelide del Nord.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:https://it.wikipedia.org/wiki/Nikolaj_F%C3%ABdorovi%C4%8D_F%C3%ABdorov#Il_supramoralismo

*Citazione tratta da N. F. Fëdorov, La filosofia del compito comune (in M. Franceschelli, Op.cit)

 

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LA “ROSWELL” SOVIETICA: IL PRESUNTO UFO CRASH DI DALNEGORSK

L’incidente di Dal’negorsk è un presunto UFO crash che sarebbe avvenuto in Unione Sovietica a Dal’negorsk, Primorskij kraj, Russia, nel gennaio 1986. L’incidente sarebbe avvenuto sul Monte Izvestkovaya, localizzato nel territorio della città e chiamato anche Cima 611 per via della sua altezza. L’incidente è stato definito “la Roswell dell’Unione Sovietica”.

Cronologia dei fatti

Il 29 gennaio 1986 alle 20,00 circa gli abitanti di Dal’negorsk videro in cielo una palla rossastra, grande circa quanto la metà del disco lunare. La sfera si muoveva parallelamente al terreno e non si sentiva alcun rumore. Quando la palla si avvicinò al monte, cominciò ad abbassarsi finché cadde sulla sua cima. Tutti i testimoni tranne uno dissero che non ci fu alcun rumore quando la palla raggiunse il terreno. La luce provocata dalla palla fu descritta come quella di una foresta in fiamme e durò per circa un’ora. In base alle affermazioni dei testimoni, per l’oggetto fu stimata una velocità di caduta di circa 15 m/s.

Rilievi e analisi

Tre giorni dopo l’incidente, un gruppo di ufologi guidati da Valery Dvuzhilny salì sulla cima del monte. Il gruppo effettuò rilievi, prelevò campioni di terreno e scattò alcune fotografie. Gli ufologi rilevarono un cratere di circa 2×2 metri (altre fonti riferirono che le dimensioni erano di 3×3 metri). Il terreno appariva come se fosse stato riscaldato ad un’alta temperatura. Le rocce apparivano coperte da materiale nerastro e attorno al cratere c’erano residui di alberi bruciati. Alcune delle rocce presentavano sferette di una sostanza argentata, che fu riconosciuta come grafite. Il tipo di grafite trovato sul luogo del cratere fu riconosciuto come differente da quello trovato in altri depositi del luogo.

L’analisi chimica delle sferette raccolte mostrò che erano composte da grafite, silicio e ferro. Alcune di esse mostravano quantità significative di zinco, bismuto ed altri elementi rari. Fu eseguita un’analisi di campioni di rocce, suolo e residui di alberi bruciati e fu notato che la composizione era simile a quella dei campioni raccolti dal sito dell’evento di Tunguska. Ulteriori analisi hanno rinvenuto la presenza di oro, argento, nichel e molibdeno. È stata ritenuta molto interessante la presenza di oro, perché a Dal’negorsk non ci sono miniere né rocce che contengono questo minerale.

Speculazioni ufologiche

Valery Dvuznilny ha ipotizzato che si sia trattato della caduta di un veicolo extraterrestre.

Negli USA l’incidente è stato oggetto di una puntata della trasmissione televisiva Sightings trasmessa nel 1995 dalla rete Fox. Il giornalista Tod Mesirow si è recato sul luogo ed ha intervistato i testimoni e alcuni scienziati. Mesirow ha dichiarato che le analisi dei frammenti metallici hanno dimostrato che il metallo non è di manifattura umana ma è qualcosa d’altro.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:https://it.wikipedia.org/wiki/Incidente_di_Dalnegorsk

PER APPROFONDIRE:http://www.noiegliextraterrestri.it/2015/12/ufo-crash-dalnegorsk-russia-1986-philip-mantle-paul-stonehill.html